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Michael Marshall: Eredità di sangue

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Michael Marshall Eredità di sangue

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Il seguito di “Uomini di Paglia” prende le mosse dalla fuga di Ward Hopkins, ex-agente della CIA, dal quartier generale del gruppo sovversivo che intende usare ogni mezzo per riportare l’umanità alla sua purezza primitiva. Il leader carismatico del gruppo, il fantomatico Homo Erectus, è ancora in circolazione, e Ward sa che tornerà a braccarlo. Quando, insieme a John Zandt che ha ricevuto una soffiata, Ward si mette sulle tracce del tenebroso fratello, ad attenderlo ci saranno ancora una volta indecifrabili messaggi nascosti in efferati delitti e un mistero che affonda le proprie radici nella storia della fondazione dell’America.

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Fissò la strada davanti a noi, con aria stanca e triste. «Perché siamo così?»

Non avevo una risposta.

Arrivammo a Connon Beach poco prima delle cinque. Attraversammo lentamente la città, che era praticamente costituita solo da due o tre file di graziose case estive in legno, una strada principale con un supermercato e qualche pretenzioso negozietto di artigianato. Era buio e continuava a piovere, e c’era la tranquillità tipica del fuori-stagione. Nella parte nord della città trovammo comunque un albergo chiamato «Dunes» che sembrava fare al caso nostro. C’era un’insegna «Camere libere» illuminata, il che era la cosa più importante. A giudicare dalla desolazione del parcheggio l’hotel era praticamente tutto per noi.

Prendemmo due stanze e ci sistemammo.

La mia era al terzo piano: era grande e aveva un camino su un lato. L’intera parete di fondo era in vetro e dava sul mare. Non riuscii a scorgere nulla se non l’oscurità, ma rimasi comunque seduto lì a guardare mentre bevevo una birra. D’impulso, tirai fuori il portatile — quello di Bobby — e infilai il cavo nella presa telefonica a muro. Mi ritrovai a lanciare un browser e a digitare un indirizzo web.

Pochi secondi dopo il sito di Jessica comparve sul mio schermo. Evidentemente il webmaster non si era preoccupato di rimuoverlo. Avrebbe potuto non farlo mai: chi avrebbe mai notato quei megabyte in più su un server sperduto? Si sarebbe aggiunto a tutto il resto, alle memorie effimere, alle parole e alle immagini della rete. Era questa l’immortalità? No. Come aveva detto qualcuno l’immortalità è non morire. Era qualcosa al tempo stesso migliore e peggiore del nulla.

C’era una pagina iniziale con il volto luminóso e sorridente di Jessica. Il link alla pagina della webcam era inattivo. C’era un’altra pagina dove lei aveva descritto i suoi hobby — comporre canzoni, la qual cosa spiegava la presenza della chitarra — e qualche foto. Solo una di queste la ritraeva seminuda, ma non mi soffermai. Erano le altre a essere più eloquenti. Immagini di una ragazza che conduceva la sua vita, che guardava la televisione e leggeva delle riviste. Lì c’era il suo modo d’essere, qualcosa di più del corpo freddo in una cella dell’obitorio di Los Angeles. Non riuscivo ancora a togliermi dalla testa l’idea di avere visto Jessica nella foresta, anche se sapevo che era stata un’allucinazione.

Con qualcuno dei tipici trucchetti da hacker riuscii a entrare nel server. Copiai il contenuto sul mio disco fisso, nel caso in cui il tizio prima o poi si fosse deciso a fare pulizia. Quando ebbi finito mi accorsi che tra i file ce n’era uno di testo. Lo aprii. Conteneva brevi stralci di diario che lei evidentemente aveva deciso di non mettere on line. I federali sicuramente li avevano già scovati e dovevano già avere appurato che non contenevano nulla di utile. L’ultimo brano risaliva a tre giorni prima della sua morte, e parlava di un certo Don, qualcuno a cui lei credeva di piacere e a cui pensava di telefonare un giorno o l’altro.

Chiusi il portatile di Bobby e pensai un po’ a lui, in un angolo segreto della mia mente. È lì dove vanno tutti: nei cimiteri delle nostre menti; sono lì, dietro i nostri occhi, dove non li puoi vedere. Ma ciò che quelle persone a te care hanno fatto, quello che sono state, continua a esistere. Non è un posto isolato, puoi andare a visitarlo di tanto in tanto.

La mattina dopo mi alzai tardi. Aveva smesso di piovere, ma il vento aveva ripreso vigore. Fuori dalla mia finestra ora riuscivo a scorgere tra le scogliere a picco un lungo tratto di spiaggia, sabbia grigia, acqua grigia, cielo grigio.

Poco tempo dopo Nina bussò. «Vuoi fare una passeggiata?»

«Perché? È una bella giornata?»

Vagammo per le strade vuote, bevemmo un paio di caffè, ridacchiammo dell’arte scadente. Passammo un paio d’ore sulla spiaggia, isolati dal mondo, in alcuni momenti l’uno accanto all’altra, in altri ognuno per conto suo. Osservammo le onde gigantesche che si frangevano sugli scogli, salutammo gli uccelli temerari che volteggiavano frenetici nel vorticoso caos sopra di noi. A metà pomeriggio il vento divenne così forte che potevi allungare le braccia e lasciarti andare, sicuro che ti avrebbe sorretto. Ed è quello che facemmo anche noi, mentre la sabbia ci turbinava intorno e il mondo girava.

Quando ricominciò a piovere trovammo riparo ai piedi di un’altra roccia e rimanemmo seduti a una breve distanza l’uno dall’altra, a contemplare il mare. Mi resi conto in quel momento del perché siamo sensibili al rumore delle onde, alla pioggia che cade e al vento tra gli alberi. Perché non hanno significato. Non hanno nulla a che fare con noi. Sfuggono al nostro controllo. Ci ricordano un tempo lontano, agli albori della nostra esistenza, quando non comprendevamo i rumori intorno a noi, ma li accettavamo; e loro ci confortavano, consolandoci per i nostri continui tentativi di cambiare il mondo mediante atti di magia o pensieri senza fine. Un suono senza significato, che amiamo in contrapposizione all’angoscia dell’azione, del bisogno di creare dei modelli, dello sforzo di comprendere e cambiare le cose. Non appena cominciammo a fabbricare qualcosa e a usarlo per uno scopo ben preciso, fummo beati e dannati al tempo stesso. La capacità di creare utensili ci ha dato il mondo, ma ci ha fatto perdere il senno.

Non facemmo nulla per un’ora; eravamo due persone ai margini di un mondo a cui volgevamo le spalle. Quando divenne buio, tornammo in albergo. Mi feci una doccia, mi cambiai e poi percorsi la passerella di legno per andare a bussare alla porta di Nina.

«Ehi,» disse.

«Ti va un drink?»

Sollevò un sopracciglio. «È una specie di appuntamento, o qualcosa di simile?»

«No,» risposi. «Niente di tutto questo.»

A qualche strada di distanza trovammo un posto chiamato Red’s Tavern, dove si potevano bere le birre che venivano fatte al piano di sopra. Dopo un po’ il locale si riempì di gente del posto e alla fine una band scalcinata si materializzò in fondo al locale: un paio di chitarre, un lap-steel, un violino, un washboard. Suonarono per un po’, andando e venendo a seconda dell’ispirazione. Le luci erano basse e calde e per la prima volta mi resi conto che la donna seduta di fronte a me aveva dei riflessi ramati nei capelli. Ascoltammo la musica, battemmo le mani e cantammo come tutti gli altri, guardammo le bariste ballare e ridere dietro il bancone mentre riempivano i bicchieri di una birra così chiara da sembrare acqua di sorgente. Alla fine mi presi una porzione di chili che non era affatto male.

Quando ce ne andammo la band stava ancora suonando. Tornando in albergo, comprammo una bottiglia di vino in un negozio lungo la strada. Accendemmo il camino nella mia camera e aprimmo un po’ la finestra, così da poter sentire contemporaneamente il rumore delle onde e lo schioppettare del legno. Sedemmo per terra con la schiena appoggiata all’estremità del letto e parlammo a lungo, fino a tarda notte, senza accorgercene.

Continuammo a mettere legna nel camino perché non volevamo che il fuoco si spegnesse, ma alla fine la camera fu immersa nell’oscurità e divenne abbastanza calda perché non ci fosse più bisogno di parole.

Fu lei a fare la prima mossa.

Lei è fatta così.

Ringraziamenti

Un grande ringraziamento ai miei editor, Susan Allison e Jane Johnson, per la loro pazienza e il loro sostegno, e — per gli stessi motivi — ai miei agenti Ralph Vicinanza e Jonny Geller. Grazie ai miei editori per il loro grande appoggio; a Lavie e Ariel per il grande lavoro fatto sul web; a Nick Marston e Bob Bookman per l’area film; e a Phyllis Siefker, Franz Joseph, Melanine Nixon ed Ella Clark, il cui lavoro di non-fiction mi ha fornito frammenti di esperienza o ispirazione (mi scuso per quello che ne ho ricavato).

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