— Parlami dell’ instabilità climatica.
Nel girare la testa, Nebogipfel mormorò: — A che serve? I tuoi amici della Nuova Umanità ci hanno uccisi…
— È semplice: preferisco sapere che cosa mi sta uccidendo. Insistendo per qualche tempo, persuasi finalmente Nebogipfel a cedere.
L’atmosfera terrestre, secondo la spiegazione del Morlock, era dinamica. Aveva soltanto due condizioni di stabilità naturali, nessuna delle quali poteva consentire la vita. Quando era troppo perturbata, cadeva appunto in una di tali condizioni, diversa e distante dalla stretta fascia di quelle che la vita poteva tollerare.
— Non capisco… Se l’atmosfera è instabile come dici, come mai si è mantenuta in una condizione favorevole alla vita per tanti milioni di anni?
L’evoluzione dell’atmosfera, spiegò allora Nebogipfel, era stata modificata enormemente dall’azione della vita medesima: — Esiste un equilibrio dei gas atmosferici, della temperatura e della pressione, che è ideale per la vita, e dunque la vita stessa opera inconsapevolmente in grandi cicli per mantenere tale equilibrio, coinvolgendo miliardi di organismi che svolgono ciecamente le loro funzioni. Tuttavia, questo equilibrio è intrinsecamente instabile. Capisci? È come una matita in equilibrio sulla punta: è perennemente sottoposta al rischio di cadere per effetto della minima perturbazione. — Nebogipfel girò la testa. — Noi Morlock abbiamo imparato che intromettersi nei cicli vitali è pericoloso, e che, se si sceglie di guastare i diversi meccanismi che mantengono la stabilità atmosferica, allora diventa necessario ripararli, oppure sostituirli. Purtroppo — aggiunse, con voce grave — i tuoi eroi della Nuova Umanità, che viaggiano verso le stelle, non hanno appreso queste semplici lezioni!
— Parlami delle due condizioni di stabilità, Morlock. Mi sembra, infatti, che stiamo per visitarne una.
Nella prima, letale condizione di stabilità, la superficie terrestre s’incendiava, spiegò Nebogipfel, e nell’atmosfera si addensavano nubi opache come quelle di Venere, che intrappolavano il calore solare. Tale strato di nubi, spesso alcune miglia, intercettava gran parte della luce, lasciando filtrare soltanto una fioca luminosità rossastra, talché dalla Terra non era più possibile vedere il sole, né le stelle, né i pianeti. I lampi guizzavano perennemente nell’atmosfera fosca, e il suolo incandescente era privo di vita.
— Sarà anche così — risposi, cercando di reprimere i tremiti, — ma rispetto a questo freddo maledetto, sembra una piacevole località di vacanza… E la seconda condizione di stabilità?
— La Terra Bianca. — Ciò detto, Nebogipfel chiuse gli occhi e rifiutò di continuare a parlare.
Non so per quanto tempo giacemmo raggomitolati sul fondo della scialuppa temporale, aggrappandoci ai nostri frementi rimasugli di calore corporeo. Immaginai che fossimo le uniche schegge di vita rimaste sul pianeta, tranne, forse, qualche lichene particolarmente resistente, che aderiva alla superficie di qualche masso gelato.
Allorché lo scrollai, per tentare di fargli riprendere la conversazione, Nebogipfel mormorò: — Lasciami dormire…
— No — ribattei, con tutta la veemenza di cui fui capace. — I Morlock non dormono.
— Io sì. Sono stato troppo a lungo fra gli umani…
— Se ti addormenti, morirai. Nebogipfel… Credo che dovremmo fermare la scialuppa…
Per un poco, Nebogipfel tacque, prima di chiedere: — Perché?
— Dobbiamo tornare nel paleocene. La Terra è morta, stretta nella morsa di questo inverno desolato. Perciò dobbiamo tornare in un passato in cui sia possibile vivere.
— Ottima idea… — Nebogipfel tossì. — A parte un piccolo dettaglio: è impossibile. Infatti, non avevo i mezzi per dotare questa macchina di comandi complessi.
— Che cosa vuoi dire?
— Che la scialuppa temporale è sostanzialmente balistica. Avevo soltanto la possibilità d’indirizzarla nel futuro, o nel passato, per un periodo di tempo determinato. Perciò arriveremo all’incirca nell’anno 1891 di questa storia. Ma ormai che la scialuppa è stata indirizzata e lanciata, non posso più controllarne la traiettoria. Capisci? La macchina segue un tragitto nel tempo, determinato dalle coordinate iniziali e dalla potenza della plattnerite tedesca. Ci fermeremo soltanto nel 1891, un 1891 di ghiacci eterni, e non prima.
Il tremito che mi scuoteva si attenuò, non perché mi sentissi in qualche misura più confortato, bensì, come mi resi conto, perché le mie stesse forze stavano cominciando ad esaurirsi.
Nondimeno, pensai freneticamente che forse non era ancora la fine, per noi, nonostante la situazione in cui ci trovavamo: se il pianeta non era stato abbandonato, se l’umanità aveva trovato il modo di riparare ai danni inflitti, forse avremmo trovato un clima abitabile.
— E l’umanità? — insistetti. — Che cosa ne è stato dell’umanità?
Con un brontolio, Nebogipfel ruotò gli occhi chiusi: — Come avrebbe potuto sopravvivere, l’umanità? Ha sicuramente abbandonato il pianeta, oppure si è del tutto estinta…
— Abbandonato il pianeta? — protestai. — Persino voi Morlock, con la vostra Sfera intorno al sole, non ve ne siete allontanati poi tanto!
Mi scostai dal Morlock per sollevarmi sui gomiti e guardare fuori della scialuppa temporale, a meridione. Era da là, infatti, dalla direzione della Città Orbitale, che sarebbe giunta ogni possibile speranza per noi: ormai, ne ero certo.
Ma ciò che vidi mi colmò di un terrore profondo.
La cintura intorno alla Terra era rimasta, i fili tra le stazioni erano luminosi come sempre, però quelli che avevano ancorato la Città al pianeta erano scomparsi. Mentre ero impegnato a discutere con Nebogipfel, i cittadini orbitali avevano smantellato gli elevatori, recidendo così i cordoni ombelicali che li collegavano alla Madre Terra.
Intanto che osservavo, alcune stazioni brillarono di una luce intensa, riverberata dai campi ghiacciati del pianeta, come una collana di soli in miniatura. L’anello metallico si spostò dalla sua posizione sull’equatore. Dapprima tale migrazione fu lenta, poi la Città ruotò sul proprio asse, ardendo come una girandola, sempre più velocemente, finché non mi fu più possibile discernere le singole stazioni.
Infine, allontanandosi sempre più dalla Terra, la Città Orbitale scomparve nell’invisibilità.
Il significato simbolico di quell’abbandono fu sconvolgente: senza il fuoco delle macchine ciclopiche, i campi di ghiaccio del pianeta deserto parvero ancora più gelidi e più grigi di prima.
Mi adagiai di nuovo sul fondo della scialuppa: — È vero…
— Che cosa?
— Che la Terra è stata abbandonata… La Città Orbitale si è staccata e se n’è andata. La storia del pianeta è finita, Nebogipfel. E con essa lo è, temo, anche la nostra!
Nonostante tutti i miei sforzi per mantenerlo consapevole, Nebogipfel scivolò nell’incoscienza. Dopo qualche tempo, mi vennero a mancare le forze per insistere in quei tentativi. Mi raggomitolai contro di lui, cercando per quanto possibile di proteggerne dal gelo il corpo umido e freddo, anche se temevo che non sarebbe servito a molto. Tenuto conto della velocità del nostro viaggio attraverso il tempo, sapevo che esso non avrebbe potuto durare più di trenta ore in tutto. Era possibile, però, che la plattnerite tedesca, o la scialuppa costruita da Nebogipfel con i pochi mezzi a sua disposizione, si dimostrassero meno efficaci del previsto. Avrei potuto rimanere intrappolato per sempre in quella dimensione liminare, a congelare lentamente, oppure avrei potuto precipitare da un momento all’altro sui ghiacci eterni.
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