Erroneamente, pensai che si riferisse al timore o alla possibilità della morte. Dopo essermi seduto accanto a lui, gli presi dalle mani il mortaio e il pestello: — Ma ha senso tutto ciò, Nebogipfel? Siamo a malapena in grado di sopravvivere, e tu insegni la meccanica quantistica e la teoria del campo unificato! Che bisogno hanno i nostri compagni di tutte queste conoscenze?
— Nessuno. Ma i loro figli ne avranno, per sopravvivere. Ascolta… Secondo la teoria accettata, qualunque specie di grossi mammiferi ha bisogno di una popolazione di alcune centinaia d’individui, affinché si crei una diversità genetica sufficiente a garantire la sopravvivenza a lungo termine.
— La diversità genetica… Hilary me ne ha accennato…
— È evidente che la popolazione della colonia è di gran lunga troppo poco numerosa per assicurare la sopravvivenza dell’umanità in quest’epoca, anche combinando tutto il potenziale genetico.
— Ebbene?
— Ebbene, questa gente avrà la possibilità di sopravvivere per più di due o tre generazioni soltanto se effettuerà un rapido progresso tecnico. In tal modo, potrà padroneggiare il proprio destino genetico e non dovrà subire le conseguenze delle degenerazione dovuta agli incroci fra consanguinei, o i perduranti danni genetici inflitti dalla radioattività del carolinum. Come vedi, hanno bisogno della meccanica quantistica e di tutto il resto.
Smisi di pestare nel mortaio: — Sì, ma c’è una domanda implicita in tutto questo… Deve sopravvivere la razza umana nel paleocene? Voglio dire… Non dovremmo essere qui adesso, bensì dovremmo comparire soltanto fra cinquanta milioni di anni.
Il Morlock mi scrutò: — Ma quale altra scelta abbiamo? Vorresti lasciar morire questa gente?
In quel momento, rammentai che avevo deciso d’impedire che la macchina del tempo fosse ideata e realizzata, in modo da porre fine all’infinita ramificazione della storia. Invece, i miei pasticci avevano causato indirettamente la fondazione di una colonia umana nelle profondità del passato, ciò che a sua volta avrebbe sicuramente provocato una frattura storica gravissima. D’improvviso, con una sensazione di precipitare alquanto simile alla vertigine indotta dal viaggio temporale, compresi che quella nuova divergenza della storia doveva essere ormai ben al di là delle mie possibilità di controllo.
Subito dopo, osservai l’espressione con cui Stubbins ammirava il suo primogenito.
Sono un uomo, non un dio!
Dovevo lasciarmi influenzare dagli istinti umani, perché di certo ero incapace di dirigere consapevolmente l’evoluzione della storia molteplice. Ciascuno di noi poteva fare ben poco per cambiare il corso degli eventi: anzi, molto probabilmente qualunque nostro tentativo sarebbe stato tanto incontrollato da arrecare più danni che benefici. D’altronde, non potevamo lasciarci sopraffare dalla vastità del paleocene e dalla molteplicità della storia. La prospettiva di tale molteplicità rendeva ognuno di noi, e le sue azioni, piccino, ma non insignificante; e ciascuno di noi doveva condurre la propria vita con stoicismo e con coraggio, come se tutto il resto, il destino ultimo dell’umanità e l’infinita molteplicità, non esistesse.
Quali che potessero essere le conseguenze sui futuri cinquanta milioni di anni, mi sembrava che la colonia umana nel paleocene fosse giusta. Dunque la mia risposta alla domanda di Nebogipfel fu inevitabile: — No. Naturalmente, dobbiamo fare tutto ciò che possiamo per aiutare i coloni e i loro discendenti a sopravvivere.
— Perciò…
— Sì?
— Perciò debbo trovare un modo per fabbricare la carta.
In silenzio, ripresi a pestare nel mortaio.
18
La festa, e ciò che seguì
Un giorno, Hilary Bond annunciò che mancava una settimana al primo anniversario del bombardamento, e che si sarebbe celebrata una festa per commemorare la fondazione del villaggio.
I coloni risposero con entusiasmo, dedicandosi alacremente ai preparativi. La casa comune fu decorata con liane e con immense ghirlande di fiori della foresta. Un Diatryma del prezioso allevamento della colonia fu scelto per essere ucciso e cucinato.
Quanto a me, recuperati alcuni imbuti e pezzi di tubo, mi ritirai nell’intimità di una vecchia capanna per dedicarmi con fervore, in privato, a un certo esperimento. Tale attività suscitò la curiosità dei coloni, quindi fui costretto a dormire nella capanna per mantenere il segreto sull’apparecchio che avevo costruito. Avevo deciso che era arrivato il momento di sfruttare le mie conoscenze scientifiche a fin di bene, una volta tanto!
Il giorno della festa, ci radunammo dinanzi alla casa comune nel mattino luminoso, in un’atmosfera entusiastica da grande occasione. Gli ex militari indossavano ancora una volta i resti delle uniformi, lavati appositamente. I loro figli portavano i tessuti nuovi che erano stati prodotti, seguendo le indicazioni di Nebogipfel, con un tipo di cotone che cresceva nella zona e con tinture vegetali di colore scarlatto e porpora.
Mi stavo aggirando nel gruppo, alla ricerca dei miei amici più intimi, allorché si udì un rumore di vegetazione schiantata, accompagnato da un brontolio.
Subito si levarono grida d’allarme. — Attenti! Attenti!
— Pristichampus! Pristichampus!
In verità, il brontolio era tipico del grande coccodrillo terricolo e corridore. Mentre i coloni fuggivano di corsa, sparpagliandosi, guardai attorno alla ricerca di un’arma, maledicendo me stesso per essermi lasciato cogliere impreparato.
Poi giunse fluttuando sino a noi una voce gentile, e nota a tutti: — Ehi! Non abbiate paura! Guardate!
Il panico si placò in un istante, e uno spruzzo di risate si diffuse nel gruppo.
Indietreggiammo tutti per fare spazio a un feroce Pristichampus maschio, che entrò nella radura dinanzi alla casa comune, con le zampe artigliate che lasciavano orme grandi nella sabbia. Lo cavalcava, con la chioma rossa fiammeggiante al sole e un gran sorriso sul volto, Stubbins.
Mi avvicinai al rettile dalla pelle scagliosa che puzzava di carne decomposta, scrutato da un occhio gelido che ruotava per seguire miei movimenti. Stubbins, che lo montava senza sella, stringendo nelle mani magre e vigorose le redini di liane intrecciate che gli imbrigliavano la testa, mi sorrise.
— È davvero una bella impresa, Stubbins…
— Oh, sì… Be’, so che ci proponiamo di usare i Diatryma per arare, ma questo animale è molto più agile, e… Be’, cavalcandolo si può viaggiare per parecchie miglia: è meglio di un cavallo…
— Comunque, fai molta attenzione — ammonii. — Ah, Stubbins… Se vuoi venire a trovarmi, più tardi…
— Sì?
— Forse ho anch’io una sorpresa per te.
Con uno sforzo considerevole, tirando le redini, Stubbins riuscì a indurre il rettile a girarsi. Con le zampe dalla muscolatura possente che si alzavano e si abbassavano come pistoni, il Pristichampus lasciò la radura per rientrare nella foresta.
Intanto, Nebogipfel mi si avvicinò, con la testa che scompariva quasi interamente sotto un cappellone dalla falda amplissima.
— Sì, è davvero una bella impresa — ripetei. — Però controlla a stento quel mostro…
— Vincerà — commentò Nebogipfel. — Gli umani vincono sempre. — Mi si accostò maggiormente, con la pelliccia bianca che scintillava nel sole mattutino. — Ascoltami…
Il suo sussurrare, improvviso e incongruo, mi sconcertò: — Che cosa c’è?
— Ho terminato la costruzione della mia macchina.
— Quale macchina?
— Parto domani. Se vuoi unirti a me, sei il benvenuto. — Ciò detto, Nebogipfel si voltò e s’incamminò silenziosamente verso la foresta: in un istante, la sua schiena bianca si perse nell’oscurità degli alberi. Rimasi immobile, con il sole sulla nuca, a fissare la zona in cui era scomparso l’enigmatico Morlock… E fu come se la giornata si fosse trasformata, perché il significato delle sue parole, chiarissimo, mi aveva lasciato la mente in tumulto.
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