Allora Bond scoppiò a ridere: — Mio caro amico — rispose, posandomi le mani cicatrizzate sulle braccia — hai veleggiato sui mari dello spazio e del tempo, hai conosciuto diversi corsi della storia, sei indubbiamente un genio, eppure… Quanto poco conosci le persone!
Imbarazzato, chiesi: — Che cosa intendi dire?
— Rifletti. — Hilary si passò una mano sul cuoio capelluto cicatrizzato, dove crescevano ciuffi di capelli ingrigiti. — Siamo in tredici, senza contare il tuo amico Nebogipfel, e le donne sono otto, mentre gli uomini sono cinque. — Mi scrutò. — Per giunta, siamo soli. Non ci sono isole all’orizzonte, da cui potrebbero arrivare giovani maschi a sposare le nostre ragazze. Se celebrassimo matrimoni, cioè se adottassimo la monogamia, come tu suggerisci, la nostra piccola società non tarderebbe a disgregarsi. Otto e cinque, infatti, non sono in rapporto pari. Credo dunque che una certa scioltezza nei rapporti sia conveniente, per il bene di tutti. Non credi? Inoltre, tutto ciò è positivo anche nei confronti della “diversificazione genetica” di cui ci parla tanto Nebogipfel.
Rimasi sconvolto, ma non, come credo fermamente, e forse ingenuamente, per l’aspetto morale della situazione, bensì per il calcolo che vi era sotteso.
Mi accingevo ad andarmene, turbato, allorché fui colto da una consapevolezza improvvisa: — Ma… Hilary… Io sono uno dei cinque uomini di cui parli…
— E ovvio — rispose Bond, prendendosi manifestamente gioco di me.
— Ma io non… Voglio dire, non ho…
— Allora — sorrise Hilary — è forse tempo che rimedi. Continuando così, non faresti che peggiorare la situazione. Me ne andai, confuso. Era evidente che, fra il 1891 e il 1944, la società si era evoluta in modi che non avevo mai neppure sognato.
Nel frattempo, la costruzione della casa comune progredì rapidamente: pochi mesi dopo il bombardamento, fu terminata. Hilary Bond annunciò che avremmo celebrato l’evento con una cerimonia d’inaugurazione. Sulle prime, Nebogipfel rifiutò di presenziare, perché, con l’eccessiva razionalità che era tipica dei Morlock, non comprendeva lo scopo di tale cerimonia. Tuttavia finì col lasciarsi persuadere da me che, dal punto di vista delle future relazioni fra i coloni, sarebbe stato saggio partecipare.
Lavato e sbarbato, cercai di apparire il più elegante possibile, tenuto conto che indossavo soltanto un paio di calzoncini laceri. Nebogipfel si spuntò e si spazzolò la pelliccia bionda. Data la situazione, i coloni avevano ormai preso l’abitudine di andarsene in giro seminudi, vestiti soltanto di strisce di tessuto o di pelle, come suggeriva la decenza. Il giorno dell’inaugurazione, invece, indossarono i resti delle uniformi, lavati e rammendati per quanto possibile. Anche se ad Aldershot non avrebbero di certo superato l’ispezione, riuscirono a sfoggiare un’eleganza e una disciplina che io per primo trovai commovente.
Saliti i pochi gradini sconnessi, entrammo nell’interno buio della nuova casa comune. Il pavimento, ugualmente sconnesso, era pulito. I raggi del sole mattutino entravano obliqui dalle finestre senza vetri. Nonostante la rozzezza del progetto e della realizzazione, la casa comunicava una sensazione di solidità e d’intenzione a durare che suscitò in me una sorta di timore reverenziale.
In piedi sopra il serbatoio del veicolo, utilizzato come podio, Hilary Bond si appoggiava con una mano a una delle ampie spalle di Stubbins. Il suo volto sfigurato, con le ciocche bizzarre di capelli sul cranio, aveva un’espressione di semplice dignità.
Ormai, annunciò Hilary, la nuova colonia era fondata, ed era pronta a ricevere un nome. Dopo avere proposto di battezzarla Prima Londra, chiese a tutti noi di unirsi a lei in una preghiera. Come gli altri, chinai la testa e giunsi le mani. Poiché ero cresciuto in una famiglia di stretta osservanza anglicana, le parole di Bond ebbero su di me un effetto nostalgico, riportandomi a un periodo più semplice della mia vita: un periodo di certezze e di sicurezza.
Poco a poco, mentre Hilary continuava il suo discorso semplice ed efficace, rinunciai ad ogni tentativo di analisi, abbandonandomi alla condivisione di quella semplice celebrazione comune.
I primi frutti delle nuove unioni giunsero entro l’anno, sotto la supervisione di Nebogipfel.
Il primo neonato della colonia fu esaminato appunto da Nebogipfel. La madre protestò, riluttante ad affidare la propria bambina a un Morlock, ma Hilary Bond, che era presente, placò le sue paure. Infine, Nebogipfel annunciò che si trattava di una femmina perfettamente sana e restituì la neonata ai genitori.
In un periodo di tempo molto breve, o almeno così mi parve, nacquero altri bambini. Divenne consueto vedere Stubbins portare sulle spalle il suo figlioletto, con gioia evidente di quest’ultimo: ero sicuro che entro breve tempo lo avrebbe portato sulla spiaggia a tirare calci ai gusci di bivalve per insegnargli a giocare a calcio.
I bambini furono una fonte di gioia immensa per i coloni. Alcuni di costoro, prima delle nuove nascite, erano stati inclini ad abbandonarsi alla depressione, causata dalla nostalgia e dalla solitudine. Ma i bambini, oltre ad avere bisogno di cure, conoscevano una casa soltanto, ossia Prima Londra, e la loro prosperità futura forniva ai loro genitori, nonché a noi tutti, uno scopo.
Quanto a me, nell’osservare i bimbi dalle membra morbide e sane, cullati dalle braccia cicatrizzate dei genitori ancora giovani, vedevo finalmente fuggire da questi ultimi l’ombra della guerra spaventevole, scacciata dalla luce abbondante del paleocene.
Comunque, Nebogipfel continuò ad esaminare ogni neonato.
E un giorno, infine, il Morlock non restituì un bambino alla madre. Il lieto evento si trasformò in una sofferenza privata, in cui noialtri non c’intromettemmo. In seguito, Nebogipfel scomparve nella foresta e, impegnato nelle sue attività segrete, rimase assente per lunghi giorni.
Il Morlock dedicava gran parte del proprio tempo a dirigere quelli che definiva “gruppi di studio”. Questi corsi erano aperti a tutti i coloni, anche se in pratica vi partecipavano soltanto tre o quattro persone alla volta, a seconda dell’interesse e degli altri impegni. Nebogipfel insegnava ad affrontare i problemi posti dalla vita nel paleocene, come, ad esempio, la produzione delle candele e dei tessuti: aveva inventato persino un sapone ruvido a base di soda e di grasso animale. Tuttavia, si dedicava anche all’insegnamento delle scienze: la medicina, la fisica, la matematica, la chimica, la biologia, i principi del viaggio temporale.
Io stesso partecipai a numerose lezioni. Nonostante la sua voce e i suoi modi alieni, Nebogipfel spiegava con una chiarezza ammirevole e aveva il dono di porre le domande più adatte a verificare la comprensione degli allievi. Nell’ascoltarlo, mi resi conto che avrebbe avuto parecchio da insegnare alla media dei professori universitari inglesi, in quanto a tecniche pedagogiche.
Attenendosi alla terminologia del 1944, se non al gergo, sintetizzò i progressi principali ottenuti in ciascun campo scientifico nei decenni successivi. Ogni volta che fu possibile, effettuò dimostrazioni servendosi di metallo e di legno, oppure tracciò schemi nella sabbia. Ai propri “studenti” affidò il compito di trascrivere in forma codificata le sue conoscenze, utilizzando tutti i pezzi di carta che eravamo riusciti a recuperare e a conservare.
Discussi di questo problema con Nebogipfel, intorno alla mezzanotte di una sera buia e senza luna. Con un rozzo pestello, il Morlock era intento a ridurre in poltiglia nel mortaio alcune fronde di palma, insieme a qualche liquido: — Abbiamo bisogno di carta — annunciò. Si era tolto la sua nuova maschera, e i suoi occhi rosso-grigi sembravano luminescenti. — Dobbiamo fabbricare carta, o qualcosa di simile. La vostra memoria verbale umana non è abbastanza fedele e precisa: in pochi anni dimenticherete tutto, quando me ne sarò andato…
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