Sapevo che, se fossi stato un cittadino del nuovo stato moderno che intendevano fondare, non avrei tardato a diventare uno degli spiriti contestatori che si sarebbero dibattuti nella sua morsa tanto benevola quanto spietata.
Tuttavia mi chiesi, nel profondo del cuore, fino a che punto avrei condiviso il parere di Wallis sullo stato moderno dominatore e pianificatore, prima che le esperienze di viaggio temporale mi aprissero gli occhi sui limiti dell’umanità.
— Fra l’altro — ripresi — mi sono imbattuto in un tuo vecchio amico, Nebogipfel: Kurt Gödel.
Lasciandosi sfuggire una strana parola gorgogliante nella sua lingua, Nebogipfel si girò di scatto sulla sedia e si alzò, con un movimento rapido e fluido che lo fece sembrare più animale che umano. In quel momento, Filby impallidì, e Mosè rinserrò la presa sul libro che aveva in mano.
— Gödel… È qui?
— Sì, si trova nella Cupola. In verità, lavora a meno di un quarto di miglio da qui, all’Imperial College. — Ciò detto, descrissi il notiziario della chiacchieratrice in cui era comparso il famoso matematico.
— Una pila a fissione — sibilò Nebogipfel. — Certo, adesso capisco… È lui la chiave: Gödel è la chiave di tutto. Dev’essere stato lui, con la sua comprensione degli universi rotanti…
— Non capisco di che cosa tu stia parlando.
— Ascolta… Vuoi sfuggire a questa storia terribile?
Naturalmente, lo volevo eccome, e per valide ragioni: intendevo sottrarmi a quel conflitto spaventevole, cercare di tornare nella mia epoca, e tentare d’impedire la scoperta del viaggio temporale prima dell’inizio della folle guerra temporale. — Ma per questo — obiettai — dobbiamo procurarci una macchina del tempo…
— Esatto. Ecco perché devi portarci da Gödel: devi farlo assolutamente. Adesso capisco la verità.
— Quale verità?
— Barnes Wallis sbaglia a proposito dei tedeschi. La loro macchina del tempo è più che una minaccia: è già stata costruita!
Tutti quanti balzammo in piedi, cominciando a parlare tutti insieme.
— Cosa?
— Che cosa stai dicendo?
— Come…?
— Ci troviamo già in un flusso storico — dichiarò Nebogipfel — che è stato provocato dai tedeschi.
— Come lo sai? — chiesi.
— Come ricorderai, quando vivevo nella mia storia studiavo la tua epoca — spiegò Nebogipfel. — E nella mia storia non era mai esistita una guerra come questa, che dura già da decenni. Nella mia storia, era scoppiata una guerra nel 1914, che però si era conclusa nel 1918 con la vittoria degli alleati sui tedeschi. Una nuova guerra era scoppiata nel 1939, a causa di una nuova forma di governo sviluppatasi in Germania, e…
In preda a una strana vertigine, cercai a tastoni la sedia che avevo alle spalle e mi ci lasciai cadere.
— Quei dannati tedeschi! — Filby sembrava terrorizzato. — Lo avevo detto! Lo sapevo che non fanno altro che combinare guai!
— Mi chiedo — intervenne Mosè — se la battaglia decisiva descritta da Filby, la Kaiserschlacht, non sia stata in qualche modo modificata a favore dei tedeschi. Forse potrebbero esservi riusciti con l’assassinio di un comandante alleato…
— Il bombardamento di Parigi — esclamò Filby, confuso e sbalordito. — È mai possibile che abbia avuto simili conseguenze?
Rammentai l’orrenda descrizione che Wallis mi aveva fatto dei robotici soldati tedeschi inviati nel passato britannico: — Che cosa possiamo fare? Dobbiamo porre fine a questa devastante guerra cronotica! — Dobbiamo incontrare Gödel — affermò Nebogipfel.
— Ma perché?
— Perché può essere stato soltanto Gödel a fabbricare la plattnerite per i tedeschi!
Dopo pranzo, Wallis tornò a trovarmi, e subito mi esortò a decidere se collaborare al suo progetto di guerra temporale. Allora gli chiesi di essere condotto all’Imperial College per incontrare Kurt Gödel.
Dapprima, Wallis esitò: — Gödel è un tipo difficile… Non capisco che cosa potrebbe ricavare, lei, da un simile incontro… E poi c’è un sistema di sicurezza molto complesso… — Tuttavia, non tardò a cedere dinanzi alla mia formidabile risolutezza: — Mi conceda mezz’ora per organizzare tutto.
Sembrava che la riorganizzazione e il trascorrere del tempo avessero cambiato ben poco gli istituti che erano confluiti nell’Imperial College, rispetto a come li ricordavo. Gli edifici in mattoni rossi, dall’aspetto alquanto sciatto, ma funzionali, circondavano ancora la Queen’s Tower, in pietra bianca, fiancheggiata dai leoni. Alcuni altri fabbricati erano stati annessi all’università, che aveva avuto bisogno di espandersi per lo sviluppo delle ricerche belliche: in particolare, il Museo delle Scienze era stato assegnato al Direttorio per la guerra di dislocamento cronotico. Alcuni nuovi edifici, bassi e semplici, evidentemente costruiti in fretta, sotto l’incalzare della necessità, senza tanti riguardi per la bellezza architettonica, erano collegati da gallerie, che attraversavano il campus come cunicoli in rilievo.
Dopo avere guardato l’orologio, Wallis disse: — Ci resta ancora un po’ di tempo prima che Gödel sia pronto a riceverci. Venga… Sono autorizzato a mostrarle qualcos’altro… — E sorrise con entusiasmo fanciullesco. — Il nostro orgoglio e la nostra gioia!
Così, Wallis mi condusse in una galleria di cemento grezzo, illuminata da singole lampadine elettriche installate a notevole intervallo l’una dall’altra. Ricordo che la luce incerta accentuava il portamento curvo e l’andatura goffa della mia guida, la quale mi precedeva nel labirinto. Superammo alcuni cancelli, presso ognuno dei quali Wallis fu tenuto a mostrare il proprio distintivo, a fornire alcuni documenti, a lasciare le impronte digitali, a sottoporre il proprio viso a un raffronto con alcune fotografie, e così via. Anche la mia identità fu accertata. Entrambi fummo interamente perquisiti due volte.
Eseguimmo diverse svolte, ma io badai a non perdere l’orientamento, tracciando una mappa mentale dell’istituto.
— L’università è stata notevolmente ampliata — spiegò Wallis. — Purtroppo, abbiamo perso i dipartimenti di musica e d’arte, e persino il museo di storia naturale. Che maledetta guerra, eh? Come può constatare lei stesso, è stato necessario sgombrare parecchio terreno per gli ampliamenti. Esistono ancora alcuni validi centri scientifici sparsi per il paese, come le fabbriche d’armi di Chorley e di Woolwich, quelle della Vickers-Armstrong a Newcastle, a Barrow, a Weybridge, a Burhill e a Crawford, lo Stabilimento Aeronautico Reale di Farnborough, lo Stabilimento Sperimentale di Armamenti e di Aeronautica di Boscombe Down, e così via. Molte industrie sono state trasferite nei Bunker e nelle Cupole. Comunque, l’Imperiale, così potenziata, è diventata il centro di ricerca scientifica e di tecnologia militare più importante della Gran Bretagna.
Superati altri controlli di sicurezza, entrammo in uno stabilimento bene illuminato, con un sano odore di grasso, di gomma e di metallo surriscaldato, in cui parecchi uomini in tuta, alcuni dei quali fischiettavano, stavano lavorando intorno a diversi veicoli a motore, in diversi stadi di assemblaggio, sparsi sul pavimento di cemento sporco. Allora provai un certo sollievo dall’oppressione che mi affliggeva da quando mi trovavo nella Cupola: ho spesso osservato che nulla può turbare troppo coloro che hanno l’opportunità di lavorare manualmente.
— Questa — annunciò Wallis — è la nostra divisione di sviluppo VDC.
— VDC? Ah, sì! Ricordo: veicolo di dislocamento cronotico.
In quello stabilimento, gli allegri operai stavano costruendo macchine del tempo: e su scala industriale, a quanto pareva.
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