Lasciato Lancaster Walk, ci avvicinammo a Round Pond, nel cuore del parco. Un tempo, quella era stata una zona attraente e tranquilla, da cui si godeva una bella vista su Kensington Palace. Benché esistesse ancora, il lago era recintato, in quanto, come disse Wallis, era stato trasformato in un bacino per servire alle necessità della popolazione accresciuta. Quanto al palazzo, ne restava soltanto un guscio: evidentemente, era stato abbandonato dopo essere stato semidistratto dai bombardamenti.
Sostammo a un chiosco, dove ci servirono limonata piuttosto calda. La zona era affollata, non soltanto di pedoni, ma anche di ciclisti. A breve distanza era in corso una partita di calcio, con mucchi di maschere antigas al posto dei pali delle porte. Di quando in quando si udivano persino brevi risate. Wallis mi raccontò che la gente si recava ancora a Speaker’s Corner per ascoltare l’Esercito della Salvezza, o la Società Laica Nazionale, o l’Associazione per la Dimostrazione Cattolica, o la Lega Contro la Quinta Colonna, che era impegnata in una campagna contro le spie, i traditori, e chiunque sostenesse in qualsiasi modo il nemico.
Quella fu la condizione più felice in cui vidi la popolazione in quell’epoca ottenebrata: a parte gli spallacci e le maschere antigas, nonché il suolo morto e la spaventevole volta incombente sopra le teste di noi tutti, poteva sembrare di vivere in un giorno festivo di qualunque epoca. Ancora una volta rimasi colpito dall’adattabilità dello spirito umano.
A settentrione di Round Pond erano state collocate parecchie file di sporche sedie a sdraio in tela per coloro che desideravano assistere ai notiziari proiettati sulla volta. Le sedie erano quasi tutte occupate. Quando Wallis ebbe pagato a un inserviente, con monete metalliche molto più piccole di quelle della mia epoca, ci accomodammo in due posti liberi, sdraiandoci con le teste reclinate all’indietro.
I soldati silenziosi della nostra scorta si disposero tutt’intorno, sorvegliando noi e la folla circostante.
Come dita di luce polverose, i raggi delle lampade Aldis installate, come mi spiegò Wallis, a Portland Place, dipingevano sulla volta immagini grigie e bianche, mentre voci e musiche amplificate sommergevano il pubblico passivo. Una zona della volta era stata dipinta di bianco proprio affinché fosse possibile proiettarvi nitidamente le immagini cinematografiche. La prima sequenza mostrò un uomo magro e stralunato che scambiava una stretta di mano con un altro e poi si metteva in posa accanto a quello che sembrava un blocco di mattoni. Le voci non erano perfettamente coordinate al movimento delle labbra, ma la musica era emozionante, e nell’insieme l’effetto era facilmente decodificabile.
— Siamo fortunati — commentò Wallis, accostando la testa alla mia. — È un servizio sull’Imperial College. Quello è Kurt Gödel, un giovane scienziato austriaco. Forse lo conoscerà. Di recente siamo riusciti a sottrarlo al Reich. Sembra che Gödel abbia accettato di cambiare bandiera a causa dell’assurda convinzione che il kaiser sia morto e sia stato sostituito da un impostore. Detto fra noi, è un tipo alquanto strano, però è un genio.
— Gödel? — La notizia suscitò il mio interesse. — Non è forse colui che ha dimostrato l’imperfettibilità della matematica, e via dicendo?
— Be’, sì… — Incuriosito, Wallis mi guardò. — Ma come lo sa? È successo dopo la sua partenza per il futuro… Comunque, non era per le sue scoperte nell’ambito della filosofia matematica, che lo volevamo. A Princeton, gli abbiamo fatto conoscere Einstein. Riprenderà una ricerca — proseguì Wallis, giacché non mi curai d’interromperlo per chiedergli chi fosse quell’Einstein — che aveva iniziato a compiere per il Reich. Speriamo di ricavarne una nuova tecnica per viaggiare nel tempo. È stato un gran bel colpo. Immagino che i ragazzi del kaiser siano furibondi…
— E cos’è la costruzione di mattoni che gli sta accanto?
— Oh, un esperimento. — Prudentemente, Wallis guardò attorno. — Non dovrei dire troppo. La chiacchieratrice lo trasmette soltanto per fare un po’ di scena. È qualcosa che concerne la fissione atomica. Le spiegherò tutto più tardi, se le interessa. Sembra che Gödel sia particolarmente desideroso di sperimentarla: anzi, credo che siano già stati compiuti alcuni esperimenti per lui.
Sullo schermo apparve l’immagine di alcuni vecchi, abbigliati con uniformi militari sgraziate, i quali sorridevano alla cinepresa. — E la milizia territoriale — spiegò Wallis. — È composta di persone anziane d’ambo i sessi che prestano servizio e si mantengono a disposizione, nell’eventualità che l’Inghilterra venga invasa. — Poi fu inquadrato in primo piano un uomo magro, dall’espressione assorta. — Quello è Orwell, George Orwell: un bravo scrittore. Immagino che lei non lo conosca…
Terminato il notiziario, apparve sullo schermo un filmato divertente, a disegni animati, dal vivace sottofondo musicale, che aveva come protagonista un certo Dan il Disperato, il quale viveva in un Texas rozzamente disegnato. Dopo avere divorato una torta enorme, Dan cercò di confezionarsi un maglione di fili telegrafici usando due pali come ferri da calza, ma involontariamente fece una catena, che poi gettò in mare, dove essa affondò. Quando la recuperò, Dan scoprì che aveva affondato nientemeno che tre corazzati sommergibili tedeschi. Un gentiluomo della marina, che aveva assistito allo spettacolo, gli consegnò una ricompensa di cinquanta sterline. Poi, il personaggio visse una serie di altre avventure dello stesso genere.
Avrei pensato che quel divertimento fosse adatto soltanto ai bambini, se non avessi visto ridere anche gli adulti. Personalmente, mi sembrò uno spettacolo propagandistico tra i più rozzi, perciò decisi che l’appellativo colloquiale di “chiacchieratrice” si addiceva perfettamente a quella forma di cinematografo.
Fu proiettato in seguito un altro notiziario, con le immagini di una città, che avrebbe potuto essere Glasgow o Liverpool, devastata da incendi giganteschi che illuminavano il cielo notturno, e fanciulli evacuati da una Cupola crollata nelle Midlands. Sporchi, sorridenti, con stivali troppo grandi, questi ultimi mi parvero tipici ragazzini di città abbandonati, del tutto indifesi, in balia delle correnti della guerra.
Una didascalia annunciò l’inizio di una rubrica intitolata “Poscritto”. La prima immagine fu un ritratto del re: rimasi sconcertato nel vedere un uomo magro, di nome Egbert, lontano parente della vecchia regina che ricordavo. Era stato uno dei pochi membri della famiglia reale a sopravvivere alle audaci incursioni compiute dai tedeschi all’inizio della guerra.
Un attore dalla voce impostata recitò un componimento poetico:
“Tutto andrà bene.
“In ogni modo, tutto si risolverà per il meglio,
“Quando le lingue di fiamma saranno intrecciate
“Nel nodo coronato di fuoco,
“E la rosa e il fuoco saranno una sola cosa…”
E così via. A quanto potei capire, la poesia descriveva la guerra come una sorta di purgatorio, da cui l’umanità sarebbe uscita purificata. Un tempo avrei forse potuto essere d’accordo, ma dopo il mio soggiorno nell’Interno della Sfera ero giunto a considerare la guerra né più né meno che un tumore maligno, una pecca dell’anima umana, per la quale ogni giustificazione non poteva essere altro, appunto, che una mera scusa a posteriori.
Capii che Wallis non attribuiva importanza a quel genere di discorsi. Scrollando le spalle, disse: — Eliot — come se ciò spiegasse tutto.
Apparve quindi l’immagine di un vecchio dall’espressione afflitta sul viso dagli occhi stanchi, le guance flosce, le orecchie brutte, i baffi incolti, e maniere che rivelavano ira e frustrazione. Seduto accanto a un caminetto, con in mano una pipa evidentemente spenta, recitò con voce fievole una sorta di commento agli eventi del giorno. Il suo aspetto mi parve familiare, anche se dapprima non riuscii a riconoscerlo. Non sembrava molto impressionato dall’offensiva del Reich: — La grande macchina bellica dei tedeschi non può creare neppure una favilla di quella poesia dell’azione che distingue la guerra dallo sterminio di massa: è una macchina, dunque è priva d’anima.
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