Osservando la strana luminosità verde, il giovane inarcò le sopracciglia: — Cos’è?
— È… — Come avrei potuto spiegarglielo? — È un campione: per lei.
— Un campione di cosa?
— Lo ignoro — mentii. — Vorrei che lei lo scoprisse.
Sul volto del giovane, una curiosità titubante fu sostituita da una certa ostinazione: — Scoprire cosa?
La banalità delle domande m’irritò: — Accidenti! Non ha proprio nessuno spirito d’iniziativa? Faccia qualche esame…
— Il suo tono mi piace poco — ribatté il giovane, in tono borioso. — Esami di che genere?
— Oh! — Mi passai una mano fra i capelli fradici, pensando che tanta superbia non si addiceva a un giovane come lui. — È un minerale sconosciuto: lo può vedere anche lei!
Il giovane si accigliò, sempre più sospettoso.
Mi curvai a posare il flacone sulla soglia: — Lo lascio qui. Non intendo sprecare il suo tempo: potrà esaminarlo quando lo vorrà. E so che vorrà farlo. — Ciò detto, mi volsi e cominciai a scendere il vialetto, con lo scricchiolio dei passi sulla ghiaia che echeggiava nella pioggia.
Quando mi girai, vidi che aveva raccolto il flacone. Chiese ad alta voce, con la luce verde che attenuava le ombre create dalla candela sul suo viso: — Ma… Chi è lei? Qual è il suo nome?
D’impulso, risposi: — Plattner.
— Plattner? La conosco, forse?
— Sì, Plattner — ripetei, quasi disperatamente, cercando una menzogna più precisa nei recessi più lontani della mente. — Gottfried Plattner.
Fu come se sentissi pronunciare il nome da un’altra persona, però, nello stesso istante, mi resi conto che era stato inevitabile.
Era fatta: il cerchio era chiuso.
Ignorando il giovane che mi chiamava più volte, ripresi a camminare risolutamente, allontanandomi dal cancello e scendendo la collina.
— È fatta — annunciai a Nebogipfel, che mi aspettava dietro la casa, vicino alla macchina del tempo.
Nel primo bagliore dell’alba che filtrava nel cielo coperto, con le mani intrecciate dietro la schiena e con la pelliccia fradicia incollata alla pelle, Nebogipfel sembrava una sorta di sagoma sfuocata. Gli occhi grandi parevano pozze sanguigne.
— Non hai nulla con cui coprirti — osservai, gentilmente. — E con questa pioggia…
— Non ha importanza.
— Che cosa intendi fare, adesso?
— Che cosa intendi fare tu?
Per tutta risposta, mi curvai a sollevare la macchina del tempo, che si raddrizzò con un cigolio da vecchio letto e sbatté con un tonfo sordo sul vialetto. Accarezzai la gabbia ammaccata: una sbarra d’ottone era piegata; quelle di quarzo erano imbrattate di muschio e di fili d’erba, come il sellino.
— Adesso puoi tornare a casa, nel 1891 — riprese Nebogipfel. — Evidentemente gli Osservatori ci hanno riportati nella tua storia originale: la matrice di tutto. Non devi fare altro che recarti qualche anno nel futuro.
Meditai su tale possibilità. In un certo senso, sarebbe stato bello tornare in quell’epoca confortevole, nel rifugio di ciò che mi apparteneva, delle ricerche, delle amicizie. Sarei stato felice di riavere la compagnia di alcuni vecchi amici: Filby, e gli altri… Eppure…
— Avevo un amico, nel 1891 — dissi, pensando allo Scrittore. — Era giovane, e sotto certi aspetti era un tipo strano, molto energico e molto sensibile, con un modo di vedere le cose… Sembrava in grado di vedere oltre la superficie, oltre il qui e ora che tanto ci ossessiona tutti, per cogliere la sostanza, le tendenze, le correnti più profonde che ci connettono al passato e al futuro. Credo che fosse consapevole del contrasto fra la piccolezza umana e la vastità dei processi evolutivi. E credo che, di conseguenza, sopportasse a stento il mondo in cui si trovava costretto a vivere, la lentezza infinita dell’evoluzione sociale, e persino la sua stessa, fragile natura umana: era come se fosse straniero nella sua epoca. Ebbene — conclusi — è così che mi sentirei anch’io se vi tornassi: fuori del tempo. Infatti, per quanto questo mondo possa apparire solido, io saprei che mille altri universi più o meno diversi sono ad esso adiacenti, e al tempo stesso irraggiungibili. Immagino di essere diventato un mostro… I miei amici dovranno credermi smarrito nel tempo, e piangermi come tale. — Nel parlare, avevo già preso una decisione. — Comunque, ho ancora uno scopo. Non ho portato a termine il compito che avevo assegnato a me stesso prima di partire per il mio secondo viaggio nel tempo. Qui un cerchio si è chiuso, ma nel futuro remoto un altro ne resta aperto, con le estremità penzolanti come ossa fratturate…
— Capisco — rispose Nebogipfel.
Montai sul sellino della macchina del tempo: — E tu, Nebogipfel? Verrai con me? Avresti un compito anche tu, là. E non voglio certo abbandonarti qui.
— Ti ringrazio, ma non ti accompagnerò. E neppure rimarrò qui a lungo.
— Dove andrai?
Il Morlock alzò la testa al cielo che si stava illuminando poco a poco. Il temporale si era trasformato in una pioggerella brumosa che gli bagnò le cornee degli occhi grandi: — Anch’io sono consapevole della chiusura dei cerchi, però rimango curioso su ciò che sta oltre tali cerchi…
— Che cosa intendi dire?
— Se tu, una volta tornato qui, avessi ucciso il tuo giovane te stesso… Be’/non vi sarebbe stata nessuna contraddizione causale: avresti creato, all’interno della molteplicità, una nuova storia, in cui tu saresti morto giovane per mano di uno sconosciuto.
— Ormai ho capito: l’esistenza della molteplicità rende impossibile ogni paradosso all’interno di ogni singola storia.
— Però — proseguì calmo Nebogipfel — gli Osservatori ti hanno condotto qui affinché consegnassi la plattnerite a te stesso, dando così inizio alla serie di eventi che ha condotto all’invenzione della prima macchina del tempo e alla creazione della molteplicità. Esiste dunque una chiusura più grande: quella della molteplicità in se stessa.
Capii che cosa intendeva dire: — Dopotutto, esiste un cerchio chiuso della causalità: un serpente che si morde la coda. La molteplicità non avrebbe potuto esistere, senza l’esistenza della molteplicità!
— Gli Osservatori credono che la risoluzione di questo paradosso finale richieda l’esistenza di altre molteplicità: una molteplicità delle molteplicità! È una necessità logica per risolvere il cerchio causale, proprio come la molteplicità deve esistere per risolvere i paradossi di una storia singola.
— Però… Accidenti, Nebogipfel! La mia mente vacilla al pensiero… Insiemi di universi paralleli… E mai possibile?
— È più che possibile. E gli Osservatori intendono esplorarli. — Nebogipfel abbassò la testa. Nella luce dell’alba, la sua pelle pallida si corrugò intorno agli occhi in un’espressione d’inquietudine. — E mi porteranno con loro. Non riesco a immaginare un’avventura più grande… E tu?
Seduto sul sellino della macchina del tempo, osservai per l’ultima volta, in quell’alba fradicia del diciannovesimo secolo, le sagome delle case piene di gente addormentata lungo Petersham Road, fiutando l’odore dell’erba umida. Si udì una porta sbattere: era un lattaio, o forse un postino, che iniziava la sua giornata. Sapevo che non sarei mai ritornato in quell’epoca: — Dimmi, Nebogipfel… Quando raggiungerai la molteplicità superiore… Che cosa succederà?
— Esistono molti ordini d’infinito — spiegò Nebogipfel, con voce pacata, mentre la pioggerella gli scorreva sul viso. — È come una gerarchia di strutture universali, e di ambizioni. — Pur rimanendo assolutamente aliena nelle sue intonazioni, la sua voce morbida era pervasa di meraviglia. — I Costruttori avrebbero potuto essere padroni di un universo, ma non si sono accontentati: hanno sfidato il finito, hanno raggiunto e superato il confine del tempo, hanno consentito alla mente di colonizzare tutti gli universi della molteplicità. Per gli Osservatori dell’Ottimità, invece, neppure questo è sufficiente. Perciò stanno cercando il modo per andare oltre, raggiungendo altri ordini d’infinito…
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