Anne McCaffrey - Volo di drago

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La trilogia dei «Dragonieri di Pern», di cui «Volo di Drago» è la prima parte, è uno dei più interessanti cicli narrativi che la fantascienza ha prodotto in questi ultimi anni nel suo sforzo di rinnovamento interno, tematico e stilistico; è il tentativo ad ampio respiro di creare «ex novo» una mitologia complessa e coordinata, che non sia un semplice adattamento di mitologie «terrestri».
Esso è dovuto ad un nome nuovo, lanciato da John Campbell sulle pagine di «Analog», Anne McCaffrey, che si rivela scrittrice sensibile, originale e dalle notevoli doti letterarie. Sia i lettori che i critici statunitensi hanno testimoniato illoro apprezzamento per quest’opera, i cui diversi capitoli sono apparsi in più riprese sulle riviste di Campbell: i primi assegnando il Premio Hugo 1968 per il miglior romanzo breve alla parte iniziale del romanzo; i secondi il Premio Nebula 1969 per la stessa categoria all’ultima parte di esso. Anne McCaffrey è stata così la prima donna a vincere i due massimi premi fantascientifici americani.

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Si arrestò per un attimo, traendo un improvviso respiro. Era quello il pericolo che aveva intuito quattro giorni prima, all’alba? Lo scontro finale nella sua lotta per riconquistare la Fortezza? No, si disse, no; in quel portento c’era qualcosa di più della vendetta.

Il secchio della cenere le urtò contro gli stinchi, mentre procedeva a passo strascicato lungo il basso corridoio che portava all’uscio della stalla. Fax avrebbe trovato un’accoglienza molto fredda. Lei non aveva riacceso il fuoco nel camino. La sua risata echeggiò, aspra, tra le pareti umide. Depose il secchio, la scopa e la paletta e cominciò a cercare di smuovere la pesante porta di bronzo che conduceva nelle stalle nuove.

Erano state costruite fuori dalla parete rocciosa di Ruatha dal primo Connestabile di Fax, un uomo più accorto e sottile dei suoi otto successori. Aveva realizzato più di tutti gli altri, e a Lessa era sinceramente dispiaciuto farlo morire. Ma quell’uomo avrebbe reso impossibile la sua vendetta. L’avrebbe scoperta prima che lei avesse imparato a camuffare se stessa e le sue interferenze. Come si chiamava? Non riusciva a ricordarlo. Comunque, le dispiaceva di averlo fatto morire.

Il secondo Connestabile era sufficientemente avido, ed era stato facile stabilire un’atmosfera di incomprensione tra lui e gli artigiani. Quell’uomo era deciso a spremere la produzione di Ruatha per ricavarne ogni profitto, in modo che qualche briciola finisse nelle sue tasche, prima che Fax si accorgesse dell’ammanco. Gli artigiani, che avevano incominciato ad accettare l’abile diplomazia del primo Connestabile, si erano irritati per l’atteggiamento rapace e superbo del secondo. Erano irritati per la fine della Vecchia Casata e soprattutto per il modo come era finita. Non perdonavano l’umiliazione di Ruatha, la sua posizione ormai secondaria nelle Terre Alte, ed erano offesi per le umiliazioni personali che tutti, artigiani e contadini, avevano subito ad opera del secondo Connestabile. Era occorso ben poco per far sì che a Ruatha le cose andassero di male in peggio.

Il secondo Connestabile era stato sostituito, e il suo successore non aveva avuto un destino migliore. Era stato sorpreso mentre s’impadroniva dei prodotti migliori. Fax l’aveva fatto giustiziare. La sua testa rotolava ancora dentro la fossa principale, sopra la grande Torre.

Il Connestabile attuale non era riuscito a mantenere la Fortezza neppure nelle condizioni già misere in cui l’aveva trovata. Molte cose, in apparenza semplicissime, si trasformarono rapidamente in catastrofi. Come la produzione dei tessuti, ad esempio. Contrariamente a quanto l’uomo aveva assicurato a Fax, la qualità non era migliorata, e anche la quantità si era ridotta.

E adesso Fax era lì. E in compagnia di dragonieri! Perché proprio i dragonieri? Il pensiero paralizzò Lessa, e la pesante porta, chiudendosi dietro di lei, le batté sui calcagni, dolorosamente. Un tempo, i dragonieri facevano visite frequenti a Ruatha… questo lo sapeva, addirittura lo ricordava vagamente. I ricordi erano simili al racconto di un arpista, come se parlassero di qualcun’altra, non appartenevano alla sua esperienza diretta. Lei aveva concentrato la sua attenzione ardente soltanto su Ruatha. Non riusciva neppure a rammentare il nome della regina, o della Dama di Weyr, tra le nozioni che aveva imparato nell’infanzia; e a quanto ricordava nessuno, in quegli ultimi dieci Giri, aveva mai parlato, nella Fortezza, di regine e di Dame di Weyr.

Forse i dragonieri si erano finalmente decisi a richiamare all’ordine i Signori delle Fortezze per lo spettacolo indecoroso delle piante che circondavano gli insediamenti umani. Bene, a Ruatha la responsabilità era soprattutto di Lessa, ma neppure un dragoniere avrebbe potuto permettersi di rinfacciarle quella colpa. Anche se tutta Ruatha avesse ceduto ai Fili, sarebbe stato sempre meglio che rimanere sotto il dominio di Fax! E nell’attimo stesso in cui la pensava, quell’eresia scandalizzò Lessa.

Si augurò di poter liberare la propria coscienza da quella bestemmia con la stessa facilità con cui versava le ceneri nel letame della stalla. Attorno a lei la pressione dell’aria cambiò all’improvviso. Poi un’ombra fuggevole l’indusse ad alzare lo sguardo.

Dietro la roccia sovrastante apparve planando un drago, con le ali enormi completamente spiegate per cogliere il vento ascensionale del mattino. Descrisse agilmente un cerchio nell’aria e discese. Un secondo drago, un terzo, un’intero squadrone lo seguì nel volo silenzioso e nella discesa, in uno spettacolo elegante e tremendo. La sirena suonò, in ritardo, sulla Torre; dalla cucina giunsero le urla e gli strilli degli sguatteri atterriti.

Lessa corse al riparo. Si precipitò in cucina, dove l’assistente del cuoco l’afferrò e la spinse, con una sberla e un calcio, verso l’acquaio. Fu subito messa al lavoro, a raschiare con la sabbia gli utensili incrostati di grasso.

I canidi uggiolanti erano già stati legati allo spiedo, e facevano girare sul fuoco uno sparuto animale del gregge, posto ad arrostire. Il cuoco versava mestoli di condimento sulla carcassa, imprecando al pensiero di essere costretto ad offrire un pasto tanto misero a un così grande numero di ospiti, molti dei quali erano d’altissimo rango. La frutta disseccata nell’inverno, avanzata dall’ultimo scarso raccolto, era già stata messa a mollo, e due delle sguattere più vecchie stavano raschiando le radici per metterle a bollire.

Un apprendista cuoco stava preparando il pane, un altro condiva con le spezie una salsa. Lessa, guardandolo fissamente, sviò la mano di lui da una cassetta di spezie verso un’altra meno adatta, mentre quello dava la mescolata finale all’impasto. Aggiunse troppa legna nel forno a muro, per rovinare il pane. Controllò abilmente i canidi, facendo rallentare l’uno e accelerare l’altro, in modo che la carne restasse semicruda da una parte e fosse bruciacchiata dall’altra. Aveva intenzione di far sì che il festino si risolvesse in un digiuno collettivo, che i cibi presentati fossero immangiabili.

E non aveva alcun dubbio che anche certe altre misure, prese in tempi diversi in previsione di quella contingenza, venivano scoperte lassù, nella Fortezza.

Con le dita insanguinate per i colpi di bacchetta ricevuti, una delle donne del Connestabile entrò in cucina, gridando, nella speranza di trovare rifugio.

«Gli insetti hanno mangiato le coperte migliori, le hanno ridotte a brandelli! E una canide, che aveva figliato sulle lenzuola migliori, mi ha ringhiato contro, mentre stava allattando. E le camere migliori sono piene di sporcizia, portata dal vento quest’inverno. Qualcuno ha lasciato socchiuse le imposte… di pochissimo, ma è stato sufficiente!» La donna continuò a gemere, stringendosi le mani al petto e dondolando avanti e indietro.

Lessa si piegò, diligentemente, a lustrare i piatti.

Wher da guardia, wher da guardia,
che nel covile te ne stai,
vigila attentamente!
Cosa succede mai?

«Il wher da guardia nasconde qualcosa,» disse F’lar a F’nor, mentre si consultavano nella grande camera frettolosamente ripulita. Vi regnava ancora il freddo dell’inverno, ma nel camino ardeva un fuoco generoso.

«Quando Canth gli ha parlato, balbettava cose senza senso,» osservò F’nor. S’era appoggiato alla mensola, e si girava leggermente, per assorbire un po’ di calore, mentre seguiva con lo sguardo il suo comandante che camminava impaziente avanti e indietro.

«Mnementh lo sta calmando,» rispose F’lar. «Forse non riuscirà a distinguere di che incubo si tratta. Quell’animale può essere rimbecillito, ma…»

«Ne dubito,» concluse F’nor. Lanciò uno sguardo apprensivo al soffitto carico di ragnatele. Era sicuro di avere scovato quasi tutti gli insetti, ma non aveva voglia di provarne la puntura. Sarebbe stato il colmo dei disagi spiacevoli che già aveva provato in quella Fortezza. Se la notte fosse stata tiepida, decise, sarebbe andato a dormire con Canth sulle alture. «Sarebbe una spiegazione più ragionevole di quelle formulate da Fax o dal suo Connestabile.»

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