E così io
me ne stavo nel mezzo della stanza,
fissavo Cort Myshtigo,
ero Dos Santos,
stavo dicendo:
— … verrò con lei, per la sua sicurezza. Non come Segretario della Radpol, ma come privato cittadino.
— Non ho sollecitato la sua protezione — stava dicendo il vegano, — comunque, la ringrazio. Accetterò la sua offerta di prevenire la mia morte per mano dei suoi camerati — e sorrideva dicendolo, — se dovessero cercare di fare qualcosa durante i miei viaggi. Dubito che ci proveranno, ma dovrei essere un pazzo per rifiutare l’aiuto di Dos Santos.
— Lei è saggio — dicemmo, chinando un po’ il capo.
— Indubbiamente — disse Myshtigo. — Adesso mi dica… — Accennò nella direzione di Ellen, che aveva appena finito di litigare con George e si stava allontanando da lui sbattendo forte i tacchi per terra. — Chi è quella?
— Ellen Emmet, la moglie di George Emmet, Direttore del Dipartimento per la Protezione degli Animali Selvatici.
— Qual è il suo prezzo?
— Non credo che ne abbia fissato uno, di recente.
— Be’, qual era prima?
— Non ne ha mai avuto.
— Sulla Terra tutto ha un prezzo.
— In questo caso, suppongo che dovrà scoprirlo da solo.
— Lo farò — disse.
Le femmine terrestri hanno sempre avuto una strana attrattiva sui Vegani. Un Veggy m’ha detto una volta che lo facevano sentire zoofilo. Il che è interessante, perché una ragazza di piacere al Coté d’Or, m’ha detto una volta, ridacchiando, che i Vegani la facevano sentire une zoophiliste. Immagino che la respirazione poderosa dei vegani debba fare il solletico o qualcosa del genere, e scatenare la bestia in entrambe le razze.
— Tanto per sapere — dicemmo, — ha smesso di picchiare sua moglie?
— Quale? — chiese Myshtigo.
Dissolvenza, e mi ritrovo nella poltrona.
— Cosa ne pensi? — stava chiedendo George Emmet.
Lo fissai. Un secondo prima non era lì. Era arrivato d’improvviso e s’era spaparanzato sul bracciolo libero della mia poltrona.
— Torna indietro, per piacere. Sonnecchiavo.
— Ho detto che abbiamo sconfitto i pipiragni. Cosa ne pensi?
— Suona bene — osservai. — Così raccontami com’è che abbiamo sconfitto i pipiragni.
Ma lui stava ridendo. È uno di quei tipi con cui una risata è un fenomeno imprevedibile. È capace di andarsene in giro per giorni con un’aria da funerale, e poi una cosa da niente lo fa scoppiare a ridere. Boccheggia un po’ quando ride, come un bambino, e questa impressione è aumentata dalla sua flaccidità rosa e dai suoi capelli radi. Così aspettai. Ellen stava insultando Lorel, e Diane s’era girata a leggere i titoli sugli scaffali dei libri.
Finalmente: — Ho sviluppato un nuovo ceppo di slishi - sbuffò confidenzialmente.
— Accidenti, è grande! Cosa sono gli slishi ? — chiesi poi dolcemente.
— Lo slish è un parassita bakabiano — spiegò, — una specie di grossa zecca. I miei sono lunghi quasi un ottavo di centimetro — disse con orgoglio, — e penetrano in profondità nella pelle producendo un velenosissimo siero.
— Fatali?
— I miei sì.
— Puoi prestarmene uno? — gli chiesi.
— Perché?
— Voglio infilarlo nella schiena di qualcuno. Ripensandoci, fanne una mezza dozzina. Ho tanti amici.
— I miei non danno fastidio alla gente, solo ai pipiragni. Hanno discriminazioni contro la gente. Gli uomini avvelenerebbero i miei slishi — (Disse «I miei slishi » con tono molto possessivo).
— Il metabolismo ospite deve essere basato sul rame, non sul ferro — spiegò, — e i pipiragni ricadono in questa categoria. Ecco perché voglio venire con voi in questo viaggio.
— Vuoi che ti trovi un pipiragno e te lo tenga fermo mentre tu gli butti addosso gli slishi ? È questo che stai cercando di dire?
— Be’, mi piacerebbe avere un paio di pipiragni sotto mano: i miei li ho usati tutti il mese scorso. Comunque sono già sicuro che gli slishi funzioneranno. Voglio solo dare il via all’epidemia.
— Quale epidemia?
— Tra i pipiragni. Gli slishi si moltiplicano molto rapidamente nel clima terrestre, se gli si dà l’ospite adatto, e dovrebbero essere estremamente contagiosi se li facciamo partire nella stagione adatta. Avevo in mente la stagione degli amori dei pipiragni, nel sudovest. Comincerà tra sei o otto settimane nel territorio della California, in un Vecchio Posto — comunque non più caldo — che si chiama Capistrano. Ho sentito che il vostro giro ci passerà più o meno in quel periodo. Quando i pipiragni ritornano a Capistrano, voglio essere lì con i miei slishi. Inoltre, mi farebbe bene una vacanza.
— Mm-Mm. Ne hai parlato con Lorel?
— Sì, e pensa che sia una buona idea. In effetti vuole che ci fermiamo un po’ a fare qualche ripresa. Può darsi che in futuro non ci saranno tante opportunità di rivederli. Sono anche un bello spettacolo: riempiono di nero il cielo coi loro voli, fanno i nidi nelle rovine, mangiano i maiali selvatici, sporcano di rifiuti verdi le strade.
— Uh-huh, una specie di Halloween. Cosa succederà a quei maiali selvatici se uccidiamo tutti i pipiragni?
— Oh, ce ne saranno di più in giro. Ma prevedo che i puma gli impediranno di moltiplicarsi come i conigli australiani. Comunque è sempre meglio avere maiali che pipiragni, no?
— Non è che vada matto per nessuno dei due, ma adesso che ci penso in effetti preferirei i maiali ai pipiragni. D’accordo, certo, puoi venire con noi.
— Grazie — disse. — Ero sicuro che mi avresti aiutato.
— Non pensarci nemmeno.
A quel punto Lorel produsse dal fondo della gola grugniti di scusa. Stava a fianco della grande scrivania nel centro della stanza, e l’ampio schermo posto dinanzi si stava srotolando da solo. Era un aggeggio stereometrico, e tutti dovevano mettersi a sedere comodamente e non muoversi più. Lorel schiacciò un bottone sul fianco della scrivania, e le luci s’abbassarono un poco.
— Uh, sto per proiettare una serie di mappe — spiegò — se riesco a sistemare questa sincro-cosa… Ecco. Ora è a posto.
Sullo schermo apparvero a colori la parte superiore dell’Africa e quasi tutto il bacino del Mediterraneo.
— Era questa che voleva per prima? — chiese a Myshtigo.
— Era questa, ma più tardi — rispose il grande vegano, abbandonando una sommessa discussione con Ellen, che aveva intrappolato nell’alcova della Storia Francese, sotto un busto di Voltaire.
Le luci si abbassarono ancora un po’ e Myshtigo si diresse alla scrivania. Guardò prima la mappa, e poi nessuno in particolare.
— Voglio visitare certi posti-chiave, che per una ragione o per l’altra sono importanti nella storia del vostro mondo — disse.
— Mi piacerebbe partire con l’Egitto, la Grecia e Roma. Poi mi piacerebbe passare velocemente per Madrid, Parigi e Londra. — Le mappe s’alternavano mentre lui parlava, ma non abbastanza velocemente da tenere il suo passo. — Poi voglio retrocedere su Berlino, dare un’occhiata a Bruxelles, visitare Pietroburgo e Mosca, riattraversare l’Atlantico e fermarmi a Boston, New York, Washington, Chicago — (a quel punto Lorel si stava facendo una bella sudata), — passare nello Yucatan, e ritornare al territorio della California.
— In quest’ordine? — chiesi.
— Più o meno — rispose.
— Cosa c’è che non va nell’India e nel Medio Oriente, o nel Lontano Oriente, se è per questo? — chiese una voce che riconobbi per quella di Phil. Era entrato dopo che le luci s’erano abbassate.
— Nulla — disse Myshtigo, — a parte il fatto che c’è solo fango e sabbia calda, e non hanno niente a che vedere con quello che m’interessa.
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