Dan Simmons - Ilium

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Attenzione! Thomas Hockenberry è stato un insegnante universitario di storia, con una vita assolutamente normale. Per quale motivo, allora, si trova adesso ad assistere alla Guerra di Troia, al servizio degli dèi dell’antica Grecia? E perché gli stessi dèi sembrano padroneggiare una tecnologia avanzatissima, con la quale cercano di alterare il corso degli eventi e di uccidersi a vicenda? Intanto, in un futuro lontano migliaia di anni, su una Terra dove i pochi abitanti rimasti hanno come sola occupazione il divertimento, solo un uomo ricorda ancora l’antica arte della lettura e la sfrutta cercando di risolvere l’enigma più grande di tutti: chi ha costruito le macchine che governano il pianeta? Dall’autore che ha cambiato la fantascienza, la sua saga più intensa e appassionante, dove il gusto per la ricostruzione storica si mescola con i grandi scenari di un futuro apocalittico e affascinante.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza in 2004.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 2004.

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Sono visibile ed Elena mi scorge subito, alla fioca luce delle candele. Si alza su un braccio sui cuscini e dice: «Hock-en-bear-eeee?».

Sono nella sua camera da letto. Non rispondo. Non so perché sono venuto qui. Se lei chiama le guardie o se solo viene verso di me, con quel pugnale… ma sono troppo stanco per lottare, troppo stanco per fuggire. Non mi chiedo nemmeno perché la camera da letto sia illuminata da candele alle quattro e mezzo del mattino.

Elena viene verso di me, ma senza il pugnale. Avevo dimenticato quanto è bella Elena di Troia: l’agile e morbida figura nella veste trasparente fa sembrare la pettoruta balia di Scamandrio solo una donna tozza e malfatta. «Hock-en-bear-eeee» dice piano Elena, con quel suo dolce modo di pronunciare il mio nome così difficile da dire in greco antico. Sento le lacrime agli occhi, nel rendermi conto che lei è l’unico essere umano sulla terra, a parte Nightenhelser (che ormai potrebbe essere morto) a conoscere il mio nome. «Sei ferito, Hock-en-bear-eeee?»

«Ferito?» riesco a dire. «No. Non sono ferito.»

Elena mi guida nella stanza da bagno contigua alla camera da letto. Il posto dove l’ho vista per la prima volta, quella notte. Anche lì ci sono candele accese e c’è acqua nella vasca; vedo la mia immagine riflessa: occhi rossi, barba lunga, aria sfinita. Mi rendo conto di non avere praticamente dormito per… per quanto? Non lo ricordo. «Siedi» dice Elena e io mi lascio cadere pesantemente sul bordo della vasca da bagno. «Perché sei venuto, Hock-en-bear-eeee?»

Inciampando nelle parole, dico: «Ho cercato il fulcro» e le racconto la mia inutile farsa con Achille, il rapimento di Patroclo, il piano di spingere gli eroi contro gli dèi per salvare… tutti, tutto.

«Ma non hai ucciso Patroclo?» dice Elena, con espressione intensa negli occhi scuri.

«No. L’ho solo portato… altrove.»

«Con il modo di viaggiare degli dèi.»

«Sì.»

«Ma non ce l’hai fatta a portare via Astianatte, figlio di Ettore, nello stesso modo?»

Scuoto in silenzio la testa.

Elena riflette, vedo lo sguardo assorto dei suoi magnifici occhi scuri. Come può credere alle mie spiegazioni? Chi diavolo pensa che io sia? Perché mi ha aiutato prima — "aiutato" è un bell’eufemismo per quella lunga notte di passione — e che cosa farà di me adesso?

Come in risposta a quest’ultima domanda, Elena si alza con un’aria truce negli occhi ed esce dalla stanza da bagno. La sento chiamare nel corridoio e so che le guardie torneranno con lei in meno di un minuto, perciò porto la mano al medaglione TQ.

Non riesco a pensare a un posto dove rifugiarmi.

Ho ancora un po’ di carica nello storditore, ma non cerco di usarlo, quando Elena torna con varie altre persone. Non guardie, ma donne di servizio. Schiave.

Nel giro di un minuto mi spogliano, ammucchiando contro la parete gli indumenti sporchi, mentre altre ragazze portano anfore d’acqua fumante per il bagno. Lascio che mi tolgano il bracciale, ma mi tengo stretto il medaglione TQ. Non dovrei rischiare di bagnarlo, ma voglio averlo a portata di mano.

«Ora fai il bagno, Hock-en-bear-eeee» dice Elena di Troia. Alza una corta e lucente lama di rasoio. «Poi ti raderò io stessa. Tieni, bevi. Ti ridarà energie e spirito.» Mi porge una coppa con un liquido denso.

«Cos’è?» chiedo.

«La bevanda preferita di Nestore» dice Elena ridendo. «Lo era, almeno, quando quel vecchio sciocco faceva visita a mio marito, Menelao. Ridà le forze.»

L’annuso, sapendo d’essere maleducato. «Cosa c’è dentro?»

«Vino, scaglie di formaggio e orzo» risponde Elena. Mi avvicina alle labbra la coppa, muovendomi verso l’alto le mani. Ha dita bianchissime che risaltano contro la mia pelle abbronzata e sporca. «Ho aggiunto del miele per addolcirlo.»

«Fa così anche Circe» dico, ridendo scioccamente.

«Chi, Hock-en-bear-eeee?»

Scuoto la testa. «Niente, niente. È nell’ Odissea. Non importa. Illeri… illire… irrilevante e non pertinente.» Bevo. Il liquido è forte come il calcio di un mulo del Missouri. Mi chiedo oziosamente se ci sono muli nel Missouri del 1200 a.C.

Le ragazze mi hanno denudato, facendomi alzare per togliermi la veste e gli indumenti intimi. Non penso nemmeno a sentirmi imbarazzato. Sono troppo stanco e la bevanda mi fa girare decisamente la testa.

«Fa’ il bagno, Hock-en-bear-eeee» dice Elena. Mi offre il braccio e mi sorregge mentre entro nella vasca profonda e fumante. «Ti raderò mentre sei in acqua.»

L’acqua è così calda che mi rannicchio come un bambino e mi immergo con cautela, esitando a lasciare che il liquido bollente mi sfiori lo scroto. Ma mi immergo, sono troppo stanco per combattere la forza di gravità; e quando mi appoggio al piano inclinato della vasca di marmo, mentre le serve di Elena mi insaponano le guance e il collo, nemmeno mi preoccupo che Elena maneggi il rasoio così vicino ai miei occhi e alla giugulare. Mi fido di lei.

Sento che la bevanda preferita da Nestore mi rida energie, decido che se Elena mi offrirà il suo letto, le chiederò di dividerlo con me in queste ultime ore prima dell’alba. Chiudo gli occhi solo per un momento. Solo per qualche secondo.

Quando mi sveglio è mattino inoltrato, come minimo, a giudicare dall’intensa luce che entra dalle piccole finestre poste in alto. Sono sbarbato e ripulito, perfino profumato. Sono anche disteso su un freddo pavimento di pietra in una stanza vuota, non sull’alto letto di Elena. E sono nudo, completamente nudo, senza il medaglione, che non vedo da nessuna parte. Mentre la vera coscienza mi fluisce nel cervello come acqua riluttante in un secchio che perde, noto di essere legato con varie corregge di cuoio ad anelli di ferro infissi nella parete e nel pavimento. Le strisce di cuoio corrono dai polsi, legati insieme sopra la testa, alla parete. Le strisce che mi stringono le caviglie (sono a gambe divaricate) vanno a due altri anelli nel pavimento.

Posizione e situazione sarebbero imbarazzanti e un po’ allarmanti se fossi solo; ma non sono solo. Cinque donne, in piedi accanto a me, mi fissano dall’alto in basso. Nessuna di loro ha l’aria divertita. D’istinto strattono le corregge nel tentativo di coprirmi i genitali, ma le strisce di cuoio sono troppo corte e non riesco nemmeno ad abbassare le braccia al livello delle spalle. E le cinghie alle caviglie non mi permettono di chiudere le gambe. Mi accorgo ora che tutte le donne hanno un pugnale, anche se qualche lama è tanto lunga da sembrare una spada.

Conosco quelle donne. Accanto a Elena, al centro, c’è Ecuba, moglie di re Priamo e madre di Ettore e di Paride, dai capelli già grigi, ma ancora attraente. Accanto a Ecuba c’è Laodice, figlia della regina e moglie del guerriero Elicaone. A sinistra di Elena c’è Teanò, figlia di Cisse, moglie del domatore di cavalli troiano Antenore, ma anche (e forse questo ha maggiore importanza nella mia situazione attuale) la più importante sacerdotessa di Ilio al servizio della dea Atena. Immagino che Teanò non sarà felice di apprendere che questo semplice mortale ha assunto la forma e ha usato la voce della dea che lei ha servito per tutta la vita. Guardo l’espressione truce di Teanò e sospetto che ne sia già stata informata.

Infine c’è Andromaca, moglie di Ettore, la donna il cui figlio stavo per rapire e portare in esilio nell’Indiana. Ha l’espressione più dura di tutte. Si batte sulla palma un lungo e affilato pugnale e pare impaziente.

Elena si siede su un basso divano accanto a me. «Hock-en-bear-eeee, devi raccontare anche a loro la storia che hai raccontato a me. Chi sei. Perché osservavi la guerra. Quale aspetto hanno gli dèi. Ciò che hai cercato di fare durante la notte.»

«Mi liberi, prima?» Ho la lingua impastata. Elena mi ha drogato.

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