Aveva ancora la fiducia inconscia nella superiorità dell’uomo, fiducia che risaliva a migliaia di generazioni. Lane, invece, non ne era del tutto convinto. Sapeva che i Gizmo erano dappertutto. Quanti? E quei mostri apparentemente fragili, erano più forti, se più numerosi?
Poco dopo il sole spuntò sui monti disegnando davanti a Lane, alla Warren e a Mostro le loro lunghe ombre. Alcune nuvolette bianche brillavano ai raggi del sole, c’era ancora una lieve sfumatura rosata nell’aria, foglie ed erba scintillavano di rugiada, l’atmosfera era fresca e luminosa, e gli uccelli si chiamavano da un fianco all’altro dei monti. Un cane abbaiava, e si sentivano di nuovo ronzare gli insetti.
La Warren studiava il posto. Erano sbucati da un folto di alberi su una strada battuta, che sembrava arrivare dal nulla e portare da nessuna parte. Non una casa in vista, appena un prato, attraversato da sentieri, che forse era stato un pascolo. A poca distanza, una civetta appollaiata su un ramo gettava il suo grido rauco.
La Warren si guardava intorno con evidente soddisfazione. — Gli uccelli cantano qui — disse — e sento stridere gli insetti. Qui, almeno, non ci sono Gizmo. Metteremo subito le cose in moto… — Poi, con improvvisa indignazione, esplose. — Al diavolo i Gizmo! — E buttando via i resti degli stracci bruciati, sbuffò: — Mi sentivo ridicola, a portare questa roba! Adesso finalmente siamo in salvo! Da che parte andiamo?
— Da queste parti ci dev’essere Murfree — disse Lane, indicando a sinistra. — Probabilmente a una distanza di sette o otto chilometri.
— A me fanno terribilmente male i piedi — si lamentò la Warren. — Io…
Un rumore, in distanza. La scienziata si fermò guardando attentamente in direzione del rumore. Era il ronzio di un motore e poco dopo comparve la macchina, verde-scuro, malandata, vecchia di almeno cinque o sei anni.
— Chiediamo un passaggio — disse la Warren con autorità. — Dobbiamo cercare di guadagnar tempo!
Fece dei gran segnali con le braccia, e la macchina si fermò. L’uomo al volante li guardò incuriosito.
— Ci date un passaggio per favore? — domandò Lane.
Inutile cercare di spiegare la loro situazione a una persona del tutto normale. Li avrebbe presi per pazzi.
— Saltate su — disse l’automobilista. — Dove andate?
— Al più vicino posto telefonico — rispose la Warren in tono deciso. — Dove si possa fare una interurbana.
Sali in macchina. Dietro c’erano pacchi e fagotti, e la Warren dovette spostarli per trovare posto sul sedile posteriore. Poi diede un’occhiata a Lane, senza parlare, mostrandogli la fiaccola che teneva ancora in mano e in cui c’era ancora qualche brace accesa. Lane diede un’occhiata a Mostro: il cane era esausto, ma non sembrava spaventato.
— Penso che la si possa svuotare — disse adagio. — Comunque ho sempre la benzina e l’accendisigaro. E poi la macchina fila.
Il giornalista buttò via i tizzoni accesi, ma né a lui né alla Warren venne in mente di disfarsi delle preziose scatolette che li avevano protetti dai Gizmo durante la notte. Mostro fu issato a bordo, poi salì anche Lane. L’automobilista li scrutò attento. Infine mise in moto, e con un sussulto la macchina partì.
L’uomo domandò allegramente: — Voi siete la scienziata che studia gli avvoltoi, vero?
— È esatto — rispose la Warren.
— E quello — continuò l’altro — è il signore che scrive articoli sulla caccia.
— Proprio così — disse la Warren.
— Io mi chiamo Burke — aggiunse l’uomo. — Lieto di conoscervi. Avete scoperto che cos’è che uccide gli animali?
Lane non rispose, e la Warren brontolò qualcosa di incomprensibile.
Cominciavano a rendersi conto che in quel bel sole caldo, con uccelli e insetti che riempivano l’aria di voci, l’idea di creature viventi non di carne né di ossa, e che cercano di asfissiare gli esseri normali per potersi nutrire con i miasmi della decomposizione… ecco, in quel bel sole, una persona normale poteva mostrarsi scettica. Ma…
— Io l’ho scoperto — continuò Burke. — Non riesco a crederci, eppure è vero. È per questo che me ne vado e mi porto dietro i bagagli. Vado in qualche altro posto.
— Ma che cos’avete scoperto? — domandò Lane.
— Non ci badate — disse Burke. — Se ve lo dicessi, non mi credereste.
Premette l’acceleratore e la macchina si lanciò verso il mattino che spuntava, mentre le pendici dei monti rimandavano l’eco del motore. La strada, dopo una curva a destra, correva verso uno stretto ponte, a cavallo di un torrentello largo un metro e mezzo. Poi piegava di nuovo a sinistra, e qui Burke abbandonò la strada asfaltata e si mise, tra grandi scossoni, su una pista secondaria, stretta e polverosa. La macchina, passando, sollevava un polverone rossastro.
— Il posto telefonico più vicino è di qua, in una stazione di rifornimento — disse Burke. — Quella che abbiamo fatta è una strada nuova. Il padrone ha costruito qui il distributore, credendo che ci passasse la strada. L’hanno imbrogliato!
— Ormai possiamo stare tranquilli — disse Lane alla Warren, sottovoce. — I Gizmo non si spostano tanto in fretta. Anche se ci hanno seguiti, devono essere rimasti indietro.
La scienziata annui, ma i tratti del suo volto rimasero tesi, quasi avesse un presentimento.
La macchina girò attorno a un campo di grano, sollevando un gran polverone, e andò a fermarsi davanti a un distributore moderno, nuovo di zecca, che sembrava costruito per una grande arteria di traffico, e non per una strada secondaria e polverosa come quella. Burke fermò la macchina sulla spianata di cemento.
— Qui c’è un telefono. Ehi, Sam, ti ho portato dei clienti!
Il padrone del distributore uscì senza fretta, seguito da un gatto.
La Warren scese, fece un breve cenno di saluto, ed entrò nella cabina frugandosi nelle tasche dei pantaloni in cerca di gettoni.
— Hai visto ancora i fantasmi? — domandò Sam.
— Al diavolo! Non ho mai detto di aver visto qualcosa! Non si possono vedere! Si muovono, sibilano, e lasciano tracce vicino ai polli morti, ma non si vedono, te l’ho già detto!
La Warren, in cabina, infilava un gettone dopo l’altro nell’ap parecchio.
— Quando li vedrò — osservò Sam — comincerò a crederci.
La Warren salutò qualcuno, poi cominciò a parlare, con tono deciso e autoritario.
— Uccidono, quelle cose, ti dico — ribatté Burke, con violenza. — Sono loro che hanno sterminato tutta la selvaggina di cui parlavamo, e anche qualche mucca.
Sam osservò, ridendo: — Me non mi hanno ancora ucciso.
— Ma uccideranno anche te — sentenziò Burke, serio. — Finora hanno risparmiato soltanto gli uomini e io non voglio aspettare che ammazzino anche noi. Preferisco andarmene prima.
— Hai paura? — domandò Sam, incredulo. — Paura di una cosa che non si vede?
— Ho paura di quello che non posso combattere. Come si fa a lottare contro una cosa che non si vede?
Dentro alla cabina, la faccia della Warren diventò convulsa. Cominciò a urlare infuriata nel ricevitore, e qualche parola arrivò fino all’esterno: la scienziata esprimeva tutto il suo disprezzo alla persona all’altro capo del filo. Poi s’interruppe, scuotendo il gancio con violenza, e infine riappese il ricevitore e uscì, schiumante di rabbia.
— Idiota! — urlò. — Stupido pazzo! Crede che mi diverta e continua a ripetere che non è uno scherzo da fare, buttarlo giù dal letto per prenderlo in giro con queste sciocchezze. E che vada pure a lamentarsi dal rettore! Pezzo di cretino!
Stava quasi per piangere, dalla rabbia. In quel momento Mostro fece sentire un brontolio, poi latrò e infine, abbaiando, andò a cacciarsi sotto un sedile. Cercava disperatamente un nascondiglio, e latrava sempre più forte.
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