Henry Kuttner - Il figlio del pifferaio
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- Название:Il figlio del pifferaio
- Автор:
- Издательство:SIAD
- Жанр:
- Год:1983
- Город:Milano
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Così andavano le cose. Le maree della civiltà spazzavano i continenti con onde lunghe secoli, e ogni singola onda, malgrado fosse ben conscia di far parte della marea, si preoccupava soprattutto per la cena. E, a meno di non essere alto mezzo chilometro, col cervello d’un dio, e la durata della vita d’un dio, cos’era la differenza? La gente perdeva tempo ed energie dietro a un bel po’ di sciocchezze: gente come Venner, certo uno spostato, anche se non matto abbastanza da qualificarsi per il manicomio, ma senza alcun dubbio il tipo potenziale del paranoico. Il rifiuto di quell’uomo di portare la parrucca l’etichettava d’individualismo, ma anche di esibizionismo. Anche se non si vergognava della sua mancanza di peli, che bisogno c’era che la sbandierasse così? Inoltre, Venner, aveva un pessimo carattere, e anche se la gente lo trattava male, era lui che se l’era cercata, cominciando per primo.
E in quanto ad Al… il ragazzo era su una strada che l’avrebbe portato molto vicino alla delinquenza. Non poteva trattarsi d’uno stadio normale della fanciullezza, rifletté Burkhalter. Lui non aveva la pretesa d’essere un esperto, ma era ancora abbastanza giovane da ricordare gli anni della sua formazione, e aveva incontrato più ostacoli di quanti ne avesse Al adesso; in quei giorni i calvi erano stati molto più «nuovi» e anormali. C’era stato più d’un movimento d’opinione per isolare, sterilizzare, o addirittura sterminare la mutazione telepatica.
Burkhalter sospirò. Se fosse nato prima dello Scoppio, avrebbe potuto essere diverso? Impossibile a dirsi. Si poteva leggere la storia, ma non viverla. Forse in futuro vi sarebbero state, nelle biblioteche, registrazioni telepatiche che l’avrebbero reso possibile. In effetti, c’erano moltissime opportunità, oggi… e troppo poche quelle che il mondo fosse ora pronto ad accettare. Col tempo, i calvi non sarebbero più stati considerati degli anormali, e allora sarebbe stato possibile un vero progresso.
Ma non erano i singoli individui a fare la storia… pensò Burkhalter, bensì i popoli. Non gli individui.
Passò di nuovo davanti alla casa di Reilly, e questa volta un uomo venne a rispondergli. Un tizio corpulento, lentigginoso, strabico, con due mani immense e, Burkhalter ebbe modo di notarlo, un eccellente coordinamento muscolare. Appoggiò quelle mani sul pannello inferiore, indipendente, della porta, che aveva lasciato chiuso, e chiese:
«Chi è lei, signore?»
«Mi chiamo Burkhalter».
Comprensione e cautela guizzarono negli occhi di Reilly. «Oh, capisco. Ha ricevuto la mia telefonata?»
«Infatti», annuì Burkhalter. «Voglio parlarle in merito. Posso entrare?»
«D’accordo». Reilly si fece indietro, scortandolo poi lungo un corridoio fino a uno spazioso soggiorno, dove le pareti di vetro a mosaico lasciavano entrare una luce diffusa. «Vuol fissare l’ora?»
«Voglio dirle che si sbaglia».
«Oh, senta… aspetti un momento», fece Reilly, gesticolando. «Adesso mia moglie è fuori, ma mi ha detto l’essenziale. Non mi piace affatto questa faccenda d’intrufolarsi nella mente d’un altra persona, è disonesto. Avrebbe dovuto dire a sua moglie di farsi i fatti suoi… oppure di tener la bocca chiusa».
Burkhalter replicò con pazienza: «Le do la mia parola, Reilly, che Ethel non ha letto la mente di sua moglie».
«Questo lo dice la signora?»
«Io… non gliel’ho chiesto».
«Già», disse Reilly. «Per quanto ne so, lei potrebbe star leggendo la mia mente in questo momento…» Esitò. «Esca dalla mia casa. Amo la mia intimità. C’incontreremo domani all’alba, se a lei va bene. Adesso esca». Pareva aver qualcosa in mente, qualche vecchio ricordo che non voleva esibire.
Burkhalter resistette nobilmente alla tentazione di leggergli dentro. «Nessun calvo leggerebbe mai…»
«Su, esca!»
«Ascolti! Non avrà nessuna possibilità in un duello contro di me!»
«Sa quante tacche ho?» chiese Reilly.
«Ha mai fatto un duello con un calvo?»
«Domani avrò una tacca nuova, più profonda. Esca, mi ha sentito?»
Burkhalter, mordendosi le labbra, replicò: «Uomo, non si è reso conto che in un duello potrei leggerle il pensiero?»
«Non m’importa… Cosa?»
«Sarò sempre di mezzo passo più avanti di lei. Non importa quanto saranno istintive le sue mosse, lei le conoscerà con una frazione di anticipo nella sua mente. E io conoscerò anche tutti i suoi trucchi e i suoi punti deboli. La sua tecnica sarà per me come un libro aperto. Qualunque cosa lei pensi di…»
«No». Reilly scosse la testa. «Oh, no. Lei è furbo, ma sono tutte storie per impressionarmi».
Burkhalter esitò, prese una decisione, e si girò di scatto spingendo via una sedia. «Impugni il suo pugnale», disse, «ma lo lasci dentro il fodero. Le farò vedere cosa intendo dire».
Reilly spalancò gli occhi: «Se vuol farlo adesso…»
«Non voglio». Burkhalter spinse via un’altra sedia. Sganciò il pugnale, con fodero e tutto, dalla sua cintura, e si assicurò che il piccolo gancio di sicurezza fosse al suo posto. «Qui abbiamo abbastanza spazio. Su, venga».
Accigliandosi, Reilly tirò fuori il suo pugnale, lo impugnò con fare impacciato, ostacolato dal fodero, poi d’un tratto fece una finta in avanti. Ma Burkhalter non era più lì: aveva anticipato la mossa, e il suo fodero guizzò verso l’alto, puntando al ventre di Reilly.
«Così», commentò Burkhalter, «avrei messo fine al combattimento».
In risposta, Reilly vibrò un fendente verso il basso, deviandolo all’ultimo istante di taglio verso la gola dell’avversario. In risposta, Burkhalter parò fulmineo il colpo con l’avambraccio sinistro, mentre la punta del fodero del suo pugnale, spinto in avanti dalla mano destra, colpi due volte Reilly all’altezza del cuore. Le lentiggini spiccarono contro il volto pallidissimo dell’omaccione; ma non era ancora pronto ad arrendersi. Tentò altri colpi, abili, che indicavano un ottimo addestramento, ma li mancò, poiché Burkhalter li aveva previsti tutti. Il suo avambraccio sinistro copriva inevitabilmente il punto al quale Reilly aveva mirato, che perciò non veniva mai colpito.
Reilly abbassò finalmente il braccio, lentamente, e deglutì. Burkhalter riagganciò il fodero del pugnale alla cintura.
«Burkhalter», disse Reilly, «lei è un demonio».
«Sono ben lungi dall’esserlo. Soltanto, non voglio correre un rischio. Lei crede davvero che essere un calvo sia una gran cosa?»
«Ma se può leggere il pensiero…»
«Quanto tempo crede che durerei, se accettassi di far duelli? Sarebbe una trappola mortale per i miei avversari. E nessuno, ovviamente, ci starebbe… e sarei fatto fuori, in un modo o nell’altro. Non posso far duelli perché sarebbe un assassinio, e quel che è peggio la gente saprebbe che lo è. Ho accettato senza fiatare un sacco di battute spiritose, ho inghiottito un bel po’ d’insulti, proprio per questo motivo. Adesso, se vuole, sono pronto ad ammettere tutto ciò che lei vuole. Ma non posso duellare con lei, Reilly».
«No, posso capirlo. E… sono contento che sia venuto». Reilly era ancora bianco in volto. «Sarei finito dritto in una trappola».
«Non la mia», replicò Burkhalter. «Non avrei duellato. I calvi non sono affatto fortunati, sa. Hanno degli impedimenti… come questo, appunto. È per questo che non possono correr rischi e inimicarsi la gente. Ed è per questo che noi non leggiamo il pensiero, a meno che non ci sia chiesto esplicitamente di farlo».
«La cosa ha senso. Più o meno». Reilly esitò. «Senta, ritiro la sfida. Va bene?»
«Grazie», rispose Burkhalter, tendendogli la mano. L’altro la strinse con una certa riluttanza. «Lasciamo perdere la cosa, eh?»
«Bene». Ma Reilly era pur sempre ansioso che il suo visitatore lasciasse al più presto la casa.
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