Iain Banks - Complicità

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Cameron, reporter del Caledonian e maniaco di computer game, si mette sulle tracce di un nemico crudele, un uomo solo che si erge a giudice, giuria e boia di tutti coloro che hanno commesso un errore troppo grave per essere perdonato. Quale oscura complicità lega Cameron all’inafferrabile serial-killer?

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Rinuncio a un altro tentativo, carico le mie due versioni di Asteroid a una velocità da lumaca e distruggo qualche triliardo di rocce che mi vengono incontro nel glorioso reticolo monocromatico dello schermo a cristalli liquidi fino a che non mi fanno male le dita e mi bruciano gli occhi. È ora di bere un decaffeinato e di andare a letto.

Mi alzo fresco e riposato e — dopo cinque minuti buoni di tosse convulsa e una doccia — l’unica sostanza eccitante che mi concedo è una tazza di caffè (miscela arabica) macinato al momento. Mentre rileggo l’articolo sul whisky, sgranocchio un po’ di muesli e succhio un’arancia tagliata in quattro. L’articolo deve essere pronto per oggi, perciò questa è proprio l’ultima occasione per lavorarci sopra, a parte gli ultimi ritocchi dopo aver visitato la distilleria all’ora di pranzo. Do una rapida occhiata alla mia posizione in Despot , ma resisto alla tentazione di lanciare il programma. Fisso con sguardo accusatore le batterie del laptop che ieri sera ho dimenticato di caricare, poi copio su dischetto l’articolo sul whisky e cerco qualcosa di pulito da mettermi fra gli abiti ammucchiati su un lato del letto: sono rimasti lì dopo il lavaggio della scorsa settimana. Se lasci gli abiti sul letto, a volte ti capita di pensare che ci sia qualcuno che vive con te, il che non è vero, e quindi la cosa risulta al tempo stesso confortante e decisamente triste. Tu non scopi da più di una settimana, mi dice il mucchio d’indumenti puliti sul piumino, però devo incontrare Y tra un paio di giorni e quindi, anche se non esce fuori qualcosa prima, resta sempre quella possibilità.

È arrivata posta: in gran parte pubblicità e bollette. Per il momento la ignoro.

Prendo il cercapersone, il cellulare, il Tosh, le batterie e la radio estraibile e carico tutto sulla 205; la macchina non è stata forzata né rigata (non lavarla spesso serve a qualcosa). Metto a caricare le batterie nella presa dell’accendisigari. Parto nella fredda luce azzurrina del mattino, in un alternarsi di sole e di nuvole. Mi fermo lungo la strada a comprare i giornali; scorro i titoli, e mi assicuro che qualche notizia dell’ultima ora non abbia fatto cambiare di posto all’articolo sul Vanguard. È intatto (al novantacinque per cento, un risultato molto soddisfacente), do un’occhiata a Doonesbury sul Grauniad e poi via di nuovo.

Imbocco il ponte e poi mi lancio attraverso il Fife; una volta raggiunta la velocità di crociera — l’andatura con l’indicatore di velocità oscillante in quel settore fra i centoventi-centotrenta chilometri all’ora che i ragazzi della stradale di solito ignorano, a meno che non siano proprio annoiati o veramente incazzati — mi arrotolo uno spinello e lascio alle mie ginocchia il compito di controllare il volante. Mi sento su di giri in maniera quasi infantile, rido tra me e penso: Non cercate di farlo anche voi, a casa, ragazzi… Finita l’opera, metto da parte lo spino per fumarmelo più tardi. A Perth, prendo a sinistra.

Per arrivare alla distilleria percorro parte della strada per Strathspeld. Non vado a trovare i Gould da una vita, e quasi quasi mi dispiace di non essere partito prima per fare un salto da loro, però so bene che, in realtà, non sono i Gould che desidero vedere, bensì il posto: Strathspeld, il nostro paradiso perduto con tutti i suoi dolorosi ricordi, dolci come un veleno. Naturalmente, è Andy che ricordo meglio e di cui sento un’acuta nostalgia: forse voglio soltanto rivedere il mio vecchio amico per la pelle, il mio fratello putativo, l’altro me stesso. Magari andrei direttamente laggiù se lui fosse a casa, ma non c’è, fa l’eremita su al nord, e un giorno o l’altro devo andare a trovare pure lui.

Attraverso Gilmerton, un minuscolo villaggio subito dopo Crieff; se fossi diretto a Strathspeld, è qui che dovrei imboccare la deviazione. Proprio a Gilmerton, fino a poco tempo fa, c’erano tre FIAT 126 blu, perfettamente identiche, parcheggiate davanti a una casa, una a fianco dell’altra, con il muso rivolto verso la strada; sono rimaste lì per anni interi e avevo pensato spesso che, un giorno o l’altro, mi sarei fermato per cercare il proprietario e dirgli: «Adesso lei mi spiega perché tiene parcheggiate quelle tre 126 fuori di casa da almeno dieci anni…» Ero veramente curioso di scoprirlo, senza contare che avrebbe potuto essere lo spunto per un buon articolo: scommetterei che, in tutti quegli anni, milioni di persone, passando di lì, si sono chieste la stessa cosa. Comunque non mi sono mai fermato: andavo sempre di fretta, di corsa, con l’ansia di raggiungere quel paradiso corrotto che Strathspeld ha sempre rappresentato per me… e comunque ora le tre piccole FIAT blu sono scomparse — anche se non da molto — e la cosa non ha più importanza. Oggigiorno sembra che la gente si sia messa a collezionare soltanto furgoni. La prima volta che ho visto la casa senza le tre macchine parcheggiate fuori ho provato un vero dispiacere, un senso di perdita, una specie di lutto di famiglia, come quando passa a miglior vita uno zio lontano al quale però si era affezionati.

Sull’onda della stessa nostalgia che mi ha fatto scegliere questa strada, metto su un vecchio nastro di Uncle Warren.

A Lix Toll, in mezzo alle vallate, c’è un’altra attrazione per gli automobilisti: al lato della strada, davanti a un garage, c’è una Land Rover gialla alta quasi tre metri, anche lei con il muso rivolto verso la strada. Non appoggia su ruote bensì su quattro cingoli neri e triangolari, e sembra il frutto di un rapporto carnale tra una Land e un caterpillar. È lì ormai da qualche anno. Se ce la lasciano ancora un po’, potrei anche entrare nel garage e chiedere: «Adesso voi mi spiegate perché…»

Ci passo davanti a tutta velocità.

La distilleria si trova subito fuori Dorluinan, nascosta fra gli alberi. Si lascia la strada per Oban, si oltrepassa la ferrovia e si prende una stradicciola che sale attraverso la foresta. Il direttore è un certo signor Baine; vado nel suo ufficio e lui mi accompagna a fare il solito tour della distilleria. C’immergiamo negli odori umidi e talvolta allettanti, nel calore dell’essiccatoio, guardiamo gli alambicchi luccicanti e la scintillante vetrina nella quale sono custodite le bottiglie più preziose, per finire poi nella gelida oscurità di uno dei magazzini, dove rimaniamo a osservare le file compatte di grosse botti, fiocamente illuminate dall’alto da pochissimi lucernari, stretti e difesi da inferriate. Il soffitto è basso, sostenuto da grossi e nodosi puntelli di legno che poggiano su colonne di ferro piuttosto distanti fra loro. Il pavimento è in terra battuta, resa dura come il cemento da quasi due secoli di uso.

Il signor Baine assume un’espressione preoccupata quando gli dico dell’articolo. È un highlander ben piantato, dal viso cascante; indossa un abito scuro e una cravatta in Technicolor. Dentro di me, sono felice di affrontarlo qui, nella fioca luce del magazzino, anziché fuori, in pieno sole.

«Be’, fondamentalmente, solo i fatti», gli sto dicendo, con un sorriso. «Che negli anni ’20 gli yankee si lamentavano perché il whisky e il brandy diventavano torbidi quando ci mettevano il ghiaccio e quindi chiesero alle distillerie di trovare una soluzione a quello che loro consideravano un problema. I francesi, essendo francesi, dissero loro quello che dovevano farci con i cubetti di ghiaccio, mentre gli scozzesi, essendo britannici, assicurarono che avrebbero fatto del loro meglio…»

Mentre parlo, l’espressione da cocker abbacchiato del signor Baine diventa ancora più triste. So bene che non avrei dovuto farmi quella microleccata di polverina poco fa, durante la visita, ma non sono riuscito a resistere; c’era qualcosa d’irresistibilmente affascinante, una sorta d’intima soddisfazione, nella certezza di restare impunito, nell’infilarmi il dito in bocca, poi in tasca e nuovamente in bocca, annuendo mentre il signor Baine parlava e io assumevo un’espressione sempre più interessata e la lingua diventava insensibile e il gusto di medicinale diventava più forte in gola. Così, mentre quella droga illegale, che genera un’assuefazione completa ed esaltante, faceva effetto, noi continuavamo il nostro giro per questa fabbrica di droga perfettamente legale finanziata dal governo.

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