Anton Barrili - Raggio di Dio - Romanzo
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– Come sei buono, Damiano! – gli bisbigliava Fior d’oro.
– Sfido io! – rispondeva egli, con quel suo piglio che volentieri girava al comico. – Son buono, perchè sono felice. E sono felice…
– Perchè? – domandava lei, con accento di cara malizia.
– Perchè… – ripigliava Damiano, girando un po’ largo, per voglia di ridere. – Perchè ci ho la mia Gioiosa Guardia che amo tanto…
– Giustissimo; e la tua “fiumana bella„ – suggeriva lei, prestandosi al giuoco assai volentieri. – Con queste due cose…
– Con queste due cose ci sarebbe anche da morir di noia; – proruppe Damiano. – Le avevo, e non mi sono bastate. Diciamo dunque, per essere nel vero, che ci ho te, cara donna adorata. La più bella donna, nel verde più vivo, sotto il più dolce azzurro del mondo, ecco la felicità vera ed unica. Ed ecco quello che io volevo dire, contessa Juana, se voi mi aveste lasciata fare la mia progressione ascendente.
– E non ve l’ho lasciata fare, da quella gran cattiva che sono! Ma voi me ne punite tanto severamente, che avrei voglia di rifarmi da capo. Per altro, – soggiunse ella, mettendosi sul grave, – dicono che un bene posseduto non sia più un bene.
– Vedete che logici da strapazzo! – replicò Damiano, ridendo. – Il bene è il bene, di qui non si esce. Se si mutasse, sarebbe un’altra cosa, ne convengo. Ma come potrei volerlo mutato? In più no, perchè io ho tutto quello che desideravo. In meno, neanche, perchè quello che desideravo lo desidero ancora: e questo è il fatto, la condizione su cui possiamo fondare il nostro ragionamento. Ho io studiata bene la mia logica?
– Eh, non voglio dire di no. Il mio signore ha sempre ragione. Ed era il bel sogno, questo, – diss’ella traendo un sospiro, – il bel sogno che ho sognato con te. Il bel sogno si è finalmente avverato; o Dio, tra quanti pericoli, tra quante angosce mortali! Se c’è giustizia in terra, il bel sogno non dovrebbe finire.
– Così dico io; – conchiuse Damiano. – Non dovrebbe, non deve, non dovrà. Dimmi, Fior d’oro; sei tu sicura di te?
– Oh sì, di me… – gridò ella, levando gli occhi al cielo. – Ed anche di te, – soggiunse tosto, – anche di te, conte Fiesco, che sei così nobile spirito e così candido cuore. Ma non presumi troppo delle tue forze… e della natura umana? È della donna amare, e saperlo far bene, non sapendo far altro: è dell’uomo l’operare, il faticare in qualche utile impresa, per deludere la sazietà… per vincer la noia… E per questo, me lo lasci dire?.. per questo, bisognerebbe forse mettersi a far qualche cosa. —
Tremava un pochino, parlando così, e mendicava le parole. Ma ebbe il pronto conforto di sentirsi dar ragione da lui.
– Sicuramente; – diss’egli. – Ci pensavo appunto stanotte, mentre tu riposavi, Fior d’oro. Bisognerà far qualche cosa. Ed ho trovato.
– Ah sì? E che sarà?
– Continuare ad amarti; – rispose gravemente Damiano, facendo cadere dall’alto, l’una dopo l’altra, le sillabe. – Vi ho lungamente contemplata, amica mia; vi ho pure abbracciata, ma guardingo, sapete, con mano leggera leggera, per non rompervi il sonno, che era così dolce; ed ho pregato Dio che non mutasse niente, che lasciasse tutto così, come ha tanto saviamente disposto, nella sua misericordia infinita. —
E voleva dare in una risata; ma non n’ebbe il tempo. La contessa Juana rideva già più di lui, non senza lagrime; quelle care lagrime che tanto abbelliscono ogni profonda allegrezza. E un po’ tardi, ma in tempo, gli ricambiava l’abbraccio.
Capitolo II.
Ambasciator non porta pena
Ma ritorniamo una seconda volta, e sia la buona, al nostro don Garcìa, che con tanta attenzione seguiva le vicende di un bellissimo giuoco. Proprio si arriva al punto che la piacevole occupazione gli era interrotta dall’avvicinarsi d’un famiglio, le cui prime parole ebbero virtù di farlo balzar subito in piedi. Molestie dell’ufficio, naturalmente; e la Guardia non poteva esser sempre gioiosa, pel suo degno custode.
– Ci abbandonate? – gli chiese frate Alessandro, che per fortuna di giuoco veniva ad essergli più vicino, e lo vedeva muoversi di scatto dalla panca.
– Per forza; – rispose don Garcìa. – Ed anche, diciamolo pure, con un certo piacere. Arriva il nostro Giovanni Passano. —
La nuova si sparse fra gli altri giuocatori, e la partita fu subito interrotta, come la piacevole occupazione di don Garcìa. Il Passano aveva amici da tutt’e due le parti; e se si contentavano di piantar lì la giuocata quei che avevano il disopra, con “quaranta e la caccia„, era naturale che non si dolessero quelli che s’avviavano a perdere, non avendo che un “quindici„.
Giovanni Passano, al suo smontar da cavallo nel cortile della Gioiosa Guardia, fu accolto a festa dai suoi vecchi compagni d’Haiti e della Giamaica.
– Che buon vento vi porta? – gridavano a gara, stringendogli la mano. – Finalmente! Bisognerà metterci il segno per ricordo, stamparla, toccarsene un occhio. Sapete che ci mancate da un mese?
– Eh, si fa come si può; – rispondeva il Passano, commosso da tutte quelle dimostrazioni d’amicizia. – Appena levati i piedi dagli impicci, eccomi qua. Pietro Gentile! Guglielmo! Battista! frate Alessandro, che per riverenza alla tonaca dovevo metter primo di lista!.. Quantunque, – soggiunse ridendo, al vedere tutti quei grembi e sboffi fuor dal cordone di san Francesco, – mi pare che la portiate sempre alla diavola. Giuocate al pallone, vedo. È un bel giuoco; ma non da frati.
– Chi ve l’ha detto, messer Giovanni? Nessun testo lo proibisce; e ce n’è uno che forse li permette tutti. Ma sì. Servite Domino in laetitia ; lo raccomanda il Salmista. Volete giuocare anche voi?
– Eh! se non fossero quattr’ore che mangio polvere, e che mi fiacco le reni col cavallo più indiavolato della cristianità… A proposito, mi fareste un gran piacere ad esorcizzarlo coll’acqua santa.
– O voi col vino di Vernazza, piuttosto.
– Il vino di Vernazza fa bene all’uomo; – conchiuse gravemente il Passano, mentre si avviava colla brigata verso l’ingresso della seconda cinta. – Qui, infatti, ci ho un testo sacro ancor io; vinum bonum laetificat cor hominis . E il signor conte? – ripigliò, con accento mutato, parlando a don Garcìa. – E la signora contessa?
– Benissimo; – rispose lo Spagnuolo. – E vi direi che sono là bene accostati sul medesimo ramo, come due tortore innamorate, se fosse almeno ora di giardino. Saranno invece nella caminata, lei col suo tombolo a far merletti, lui a metter del nero sul bianco.
– Ma anche a far merletti e a scrivere si può star molto vicini, non è vero?
– Oh questo poi sì; alla medesima tavola, per non perdersi d’occhio. Vi faccio annunziare, mentre bevete un bicchiere?
– No, non occorre; – rispose pronto il Passano. – Non dico per il bere, intendiamoci; dico per il farmi annunziare. Non c’è premura; è una visita senza impegno, la mia. A presentarmi, ci sarà sempre tempo per la cena.
– Ah, mi levate una spina dal cuore; – disse quell’altro, mentre lo faceva entrare nel tinello, al pianterreno della rocca. – Avrei giurato a tutta prima che veniste per portarci via il padrone. Che ci volete fare? Presentimenti; e fortuna che qualche volta ingannano! L’altro giorno, passando di qua messer Filippino, che, sia detto con la debita reverenza al casato, ha sempre la lingua un po’ amara, si lasciò sfuggire certe parole! “Che Gioiosa Guardia! diceva; che Gioiosa Guardia! Dormigliosa, dovreste chiamarla. Con Ercole che fila ai piedi di Onfale„. Io, per dirvi la verità, non conoscevo questa signora, ed ho dovuto farmi spiegare l’arcano da frate Alessandro. Ne sapeva poco più di me, quel bravo figliuolo; ma tanto da capire che si trattasse d’una donna, la quale faceva perdere il tempo al dio della forza. Il nostro conte, veramente non fila, e nemmeno la contessa; quantunque, se filasse, vi so dir io che con quelle sue dita darebbe dei punti alle fate. Ma io ho bene inteso, dopo la spiegazione di frate Alessandro, che cosa volesse dire messer Filippino. Il padrone non si occupa se non della padrona, e lascia che gli altri della casata facciano e disfacciano a modo loro le cose della Repubblica. Ma di che si lagnano, se mai? Egli tira le mani e i piedi fuori del giuoco; li lascia dunque padroni; non vi pare?
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