Marina Di Paola - Manuale Di Dizione Italiana

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Perché non provare?

Le parole

e gli accenti

Parliamo innanzitutto degli accenti delle parole. Abbiamo notato durante i nostri corsi e laboratori che qualche volta questo concetto non è così facile da capire come potrebbe sembrare, e se non è chiaro questo allora anche tutto il resto finirà per essere confuso.

Ogni parola che pronunciamo ha un accento

su una delle sue vocali.

Questo accento - che possiamo anche immaginare come il sottolineare, l’enfatizzare, il dare più peso a una delle vocali, o a una delle sillabe - molte volte noi non lo percepiamo in modo conscio, non ci accorgiamo che esiste, e non ce ne accorgiamo perché siamo così abituati a sentirlo che non ci facciamo più caso.

Però, se guardiamo un film comico e ascoltiamo parlare un personaggio con un finto accento francese, che storpia le parole e magari parla di un pesce e dice “trotà” invece di “trota”, oppure parla di due strumenti musicali e li chiama “chitarrà e pianò” invece di “chitarra e piano”… allora ci rendiamo conto che sta sbagliando, che c’è qualcosa che non va. Quello che non va è che il personaggio del film sta cambiando gli accenti delle parole per ottenere un effetto comico, e si basa sul fatto che nella lingua francese la maggioranza delle parole si pronuncia con l’accento alla fine, come per esempio le nostre parole perché, andrò, laggiù e via di seguito.

“Ho capito” potreste dire “ma ‘andrò’ e ‘perché’ e via di seguito, e anche il finto francese che dice ‘trotà’… cioè, tutte queste parole hanno l'ultima lettera scritta in modo diverso. Hanno per esempio una ‘é’ invece di una ‘e’, una ‘à’ invece di una ‘a’. Quindi in quelle parole ci sono gli ‘accenti’ perché sono scritti, e nelle altre no perché non sono scritti?”

La cosa ha un senso. Ma la risposta all’ultima domanda è: no, gli accenti non ci sono soltanto in quelle parole, ci sono in tutte le parole.

Solo che nella lingua italiana si segnano specificamente soltanto gli accenti presenti sull’ultima lettera della parola. Gli altri non si scrivono, si danno per scontati. La ragione di tutto questo è storica, ma in questo Manuale pratico non ha importanza addentrarsi in questo argomento. Proseguiamo.

Facciamo qualche esempio. Immaginiamo di scrivere per esteso gli accenti anche all’interno delle parole. Questa frase la scriveremmo così

immaginiàmo di scrìvere pér estéso gli accènti ànche

all’intèrno délle paròle

Sembra molto strano, a vedersi, ma in realtà noi quegli accenti li mettiamo già, in maniera automatica. Si chiamano accenti tonici.

L’accento tonico è la forza, l’allungamento,

la sottolineatura che viene data alla vocale

di una delle sillabe che compongono la parola.

Qualche volta, se sposto l’accento tonico da una vocale a un’altra cambia anche il significato della parola. Per esempio:

tèste (nel senso di testimone) e testé (nel senso di subito, immediatamente);

péro (nel senso di albero di pere) e però (nel senso di ma, tuttavia);

tèrra (nel senso di elemento naturale) e terrà (nel senso di futuro del verbo tenere);

àncora (nel senso di attrezzo navale) e ancóra (nel senso di nuovamente, un'altra volta);

prìncipi (nel senso di titolo nobiliare) e princìpi (nel senso di norme morali)

In questo elenco di parole, forse avete notato una cosa strana: gli accenti tonici non sono tutti scritti nello stesso modo: in péro c’è questa é, in tèrra c’è quest’altra è. I due accenti sono diversi, sembra che uno vada avanti e l’altro vada indietro. Si chiamano accenti fonici.

L'accento fonico serve a determinare se una vocale deve essere pronunciata aperta o chiusa.

Le vocali che possono essere aperte o chiuse

sono soltanto la e e la o.

I termini aperto e chiuso si riferiscono all’apertura della bocca necessaria per pronunciare le vocali e alla posizione della lingua nel momento in cui le pronunciamo. Meno la bocca è aperta e più è alta la lingua, più la pronuncia è chiusa.

Facciamo un esempio su due vocali agli estremi opposti, giusto per capire. Provate a pronunciare una a: la bocca sarà aperta e la lingua sarà sicuramente in basso, verso i denti inferiori. Poi provate a pronunciare una i: la bocca sarà molto più chiusa, e sentirete la vostra lingua in alto, forse anche a sfiorare i molari superiori. Nella vocale e e nella vocale o, aperte o chiuse, ci sono differenze di questo tipo, anche se meno evidenti.

Ricapitoliamo:

ogni parola ha un accento tonico su una delle sue vocali, ma lo scriviamo soltanto se questa vocale è l’ultima lettera della parola; per esempio perciò, comprò, viceré.

Ma se la vocale con l’accento tonico - che sia all’inizio, in mezzo alla parola o al fondo, non importa - è una e oppure una o, allora oltre all'accento tonico avrà anche un accento fonico. Questo accento indicherà se la vocale va pronunciata aperta o chiusa.

Come l’accento tonico anche l’accento fonico non si indica, cioè non si scrive, a meno che non sia sull’ultima lettera della parola. Ma ci sono delle regole che ci dicono se le e oppure le o su cui cade l’accento tonico sia corretto pronunciarle aperte o chiuse, cioè se abbiano su di sé un accento acuto (pronuncia chiusa: è, ò) o un accento grave (pronuncia aperta: é, ó).

Questo che segue è l’ordine di pronuncia secondo il cosiddetto triangolo fonetico; vedete infatti che si va da una vocale chiusa - la i - verso quella più aperta - la a - per poi tornare a una chiusa - la u - come a formare un triangolo.

i - é - è - a - ò - ó - u

Vediamo ora un’ultima regola generale prima di passare alle singole vocali aperte e chiuse:

Quando su una sillaba contenente

una e oppure una o non cade l’accento tonico,

la e oppure la o si devono pronunciare sempre chiuse.

Quindi, per esempio, la o di dovere sarà chiusa, perché l’accento tonico della parola va sulla prima e, cioè sulla seconda sillaba, non sulla o della prima sillaba; oppure nella parola refettorio la prima e la seconda e saranno chiuse, perché l’accento va sulla prima o, cioè sulla terza sillaba.

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