Various - Conferenze tenute a Firenze nel 1896

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Conferenze tenute a Firenze nel 1896: краткое содержание, описание и аннотация

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I Commissari della Vandea vuotavano in tre mesi 1974 bottiglie e contavano nel loro seno Rossignol, un operaio orefice, divenuto generale in capo, tutta la vita dedito alle crapule, e Vacheron, che violava donne e fanciulli e faceva fucilare chi si opponeva alle sue libidini accese dall'alcool.

Ad Avignone un farmacista, fratello di uno dei capi masnada, ebbe l'orribile idea di intossicare con sostanze venefiche, probabilmente stramonio, i pacifici cittadini che divenivano così subitamente sanguinari.

Non ci meravigli questa strana influenza nelle rivolte dei criminali e dei pazzi ad un tempo.

Io ho a lungo dimostrato e più volte nelle mie opere, che mentre tutti gli uomini amano, odiano il nuovo, solo i matti, i mattoidi e i criminali nati hanno per questo una speciale attrazione.

Il criminale è, sopratutto per la sua natura impulsiva e per odio delle istituzioni che lo colpirono o che lo inceppano, un ribelle politico perpetuo, latente, che trova nelle sommosse il modo di sfogar doppiamente le sue passioni, e di vederle, per la prima volta, approvate anco dal pubblico. Ed è certo che costoro vedono, forse ispirati dalla passione, i difetti dei governi che ci reggono, meglio e più giustamente che non faccia la media degli onesti.

Gli è che in costoro l'anomalia organica prepara il terreno al minore misoneismo, ch'è il carattere normale dell'uomo onesto.

VI

L'azione della folla

Ma malgrado il coobarsi di tutte queste cause, sarebbe assurdo il pretendere che ad esse solo si debbano le feroci rivolte dell'89.

La causa più forte di tutte, quella che gli alienisti soli, insieme a Ferri e a Sighele hanno avvertita in questi ultimi tempi, è quel virus terribile che nasce dalla folla.

È un'osservazione che io feci fin dal '76 [8] Uomo delinquente , 2.ª ediz., pag. 278-79. solo osservando le riunioni di persone onorate, come i colleghi e gli studenti, che dalla riunione di questi invece di aversi la somma si aveva la sottrazione delle loro virtù.

Chi ha studiato l'uomo, o meglio ancora sè stesso, in mezzo ai gruppi sociali, di qualunque genere siano, avrà osservato come esso sovente si trasforma, e da onesto e pudico che egli era e che è tutt'ora da solo e tra le pareti domestiche, si fa licenzioso, e fino immorale.

Quanti radunati in un club ed in un'assemblea, per quanto assennata, non hanno lasciato, senza ribrezzo, insultare l'amico ed il maestro? E quanti non hanno gettato vilmente la pietra contro colui, che poco prima avrebbero sostenuto col massimo ardore! Un passo più in là, e voi vedrete l'uomo più onesto rubare per parere buon compagnone, giuntare al giuoco il novizio, o gettarsi nella più immonda libidine.

Questa tendenza si fa maggiore quanto più i gruppi si fanno popolosi, dai cinque o sei scolari di campagna, alle migliaia d'operai di una fabbrica (ed ecco perchè i distretti manifatturieri danno più delinquenti degli agricoli), fino all'enorme massa d'uomini che la più lieve causa raggomitola nelle vie di Napoli e Parigi ed il cui grido si trasforma in una sentenza di morte. Una prova quasi diretta ce ne forniscono i gerghi, che abbiamo veduto assumere organismi sempre più tenaci e complicati, quanto più dalle associazioni innocenti e poco popolate si procede alle più fitte e criminose, e che anche nelle prime accennano pure ad una specie d'ostilità o di congiura verso gli estranei.

Gli istinti primitivi del furto, dell'omicidio, delle libidini, ecc., che esistono appena in embrione in ciascun individuo fino che vive isolato, massime se temperato dall'educazione, si ingigantiscono, tutto ad un tratto, al contatto degli altri.

Una prova se n'ebbe in molti che andati nella folla repugnanti, o solo curiosi, o anche per impedirne le stragi, finirono per parteciparvi.

Così un certo Groppin, spedito dalle sue sezioni per salvar dai Settembristi due prigionieri, finì invece di sedere vicino al Maillard e con lui condannare a porte chiuse per 60 ore di seguito quei poveri carcerati.

Un commesso di negozio, uscito nella via per curiosità, uccise di sua mano 20 preti e dopo poco tempo ne moriva d'orrore e di rimorso.

E molti dei più feroci rivoluzionari divennero pacifici impiegati sotto Napoleone, come ben nota il Lebon; prova che non erano sanguinari.

Ma se il fermento criminale epidemico spiega l'irruenza e la ferocia di molti eventi, non può spiegare come essi abbiano potuto durare tanto tempo.

È giusto, nota Taine, che un uomo come Marat sbraiti: “Arrostate ministri, segretari, metteteli ai ferri. Il re non ha diritto di desinare quando voi mancate di pane. Domandate che con un contributo si dia il benessere agli indigenti; se vi si rifiuta, dividetevi le terre di quei scellerati, fate cadere le teste dei ministri, dei sindaci, dei generali, dei deputati.„ Che un tal matto dica questo non è strano, nè è strano che una plebe affamata, fanatizzata, pratichi questa teoria; ma che vi siano degli uomini di Stato, dei legislatori, che vedono per tre anni la sua mala esperienza e che abbiano sempre continuato ad adottarla come un dogma di fede; che giunti al termine, e vedendo che invece di un tempio trovavano un macello di cui essi erano il greggie e il beccaio, seguitassero a credervi, questo parrebbe inesplicabile. Ma la spiegazione vi è: giustamente diceva in questo luogo stesso, un forte pensatore italiano, il Bonfadini, una rivoluzione non può durare senza un'idea.

Ora un'idea sussisteva e aveva conquistato si può dire tutti gli animi. Quella della sovranità popolare.

VII

Influenza di Rousseau

I germi della prima idea erano nati dietro alle prime scoperte dei grandi scienziati di quel secolo di Newton, Spallanzani, Reaumur, che tutti o scettici o panteisti o deisti, tendevano ad atterrare l'ortodossia religiosa e politica; se non che quelle idee in gran parte giuste, si guastarono attraversando le menti pervertite dal classicismo, pronubo alle tristi nozze, un delinquente e pazzo di genio, il Rousseau.

Costui a vicenda cieco e veggente, poeta malato, in luogo dei fatti vedea i propri sogni, prendeva per atti i suoi propositi, e per propositi le sue velleità.

Sognatore e selvaggio, dominato dalle idee di persecuzione e dall'ambizione, si foggia gli uomini sul proprio stampo. “L'uomo è buono, l'ambiente lo guasta, tornate alla natura.„ E perciò egli invece di punire il malvagio, “puniva il gendarme che deve contenerlo„. La proprietà, secondo lui, è ingiusta, il ricco diceva al povero: vi do il permesso di servirmi ma in compenso dovete darmi tutto quello che vi resta. La società dunque è basata su un contratto iniquo, il popolo è il sovrano, il governo invece in realtà ne è men che il commesso.

Chi leggeva queste strane sentenze non ricordava che chi le dettava era un lipemaniaco, già ladro, già apostata, già cerretano, che aveva percorse tutte le gamme della scienza, e del vizio, che ritiratosi, come un selvaggio nei boschi, credeva di esser perseguitato dalla folla e che poteva ben dir col Tasso che così spesso citava:

Sempre fuggendo avrò me sempre appresso.

E qui le prove sovrabbondano [9] Lombroso, L'uomo di genio , 1897, 6.ª edizione. .

“Io ho (scrive egli stesso nelle sue Confessioni), passioni ardentissime; mentre queste mi agitano, non conosco più riguardi, non amore; non vedo che l'oggetto; tutto ciò dura un istante, e l'instante che segue mi accascia, mi prostra.

“Dominato dai sensi, egli continua, non seppi resistervi mai; il piacere più piccolo, ma presente agli occhi, mi seduce più che tutte le gioie del paradiso.„ Infatti per il gusto di una cena fratesca (del padre Pontierre) si faceva apostata; per un lieve ribrezzo abbandonava crudelmente un amico epilettico sulla via.

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