— Posso capire la vostra costernazione — interruppe la capitana. — Ma vi assicuro che non vi nuoceremo in alcun modo: al contrario, la nostra missione consiste nel proteggervi. Inoltre — aggiunse amabilmente — mi sono presa il disturbo di portare qualcuno che possa aiutarvi ad ambientarvi fra noi: lo si potrebbe definire un nativo dell’epoca.
Lentamente arrivò dal corridoio buio un uomo che, come tutti gli altri soldati, portava una maschera appesa sul petto, gli spallacci, e la pistola. L’uniforme, però, era nera, semplice, quasi sciatta, priva di distintivi. Sembrava vecchio, a giudicare dalla pancia prominente e dal passo dolorante.
Con voce fievole, udibile a stento nel fragore dei motori, costui mi disse: — Buon Dio! Sei tu! Sono armato fino ai denti per affrontare i tedeschi, ma sai… Non mi aspettavo di vederti ricomparire, dopo quell’ultima cena del giovedì… E di sicuro non in circostanze come queste!
Quando la luce illuminò quell’uomo, rimasi ancora una volta costernato, perché anche se restava appena una traccia di rosso nella chioma grigia, e la fronte era sfigurata da una brutta cicatrice, che sembrava la conseguenza di un’ustione, e gli occhi erano spenti, e le spalle curve, era inequivocabilmente Filby.
— Che io sia dannato!
Ridendo, Filby mi si avvicinò. Gli strinsi la mano fragile, macchiata dalla discromia, giudicando che non avesse meno di settantacinque anni.
— Forse sei dannato tu, e forse lo siamo tutti! Nondimeno, sono felice di rivederti. — Filby lanciò a Mosè un’occhiata alquanto strana, ciò che non mi parve affatto sorprendente.
— Filby! Accidenti! Ho tante domande da porti, che non so da quale incominciare!
— Ci scommetto! Ecco perché mi hanno ripescato dalla casa di riposo alla Cupola di Bournemouth. Sono incaricato dell’acclimatazione, come viene definita. Insomma, debbo aiutare voi nativi dell’epoca ad ambientarvi. Capisci?
— Ma, Filby… Mi sembra soltanto ieri… Come hai potuto diventare…?
— Così? — Filby indicò il proprio corpo decrepito con un gesto di cinica noncuranza. — Come sono diventato così? Per effetto del tempo, amico mio: il fiume portentoso su cui volevi farci credere di essere in grado di navigare. Ebbene, il tempo non è amico dell’uomo comune. Io ho viaggiato nel tempo nella maniera più difficile, ed ecco le conseguenze. Per me sono trascorsi quarantasette anni da quell’ultimo incontro a Richmond, e dalla tua piccola esibizione di magia con il modellino della macchina del tempo… Lo ricordi? E dalla tua successiva scomparsa nel futuro.
— Eppure sei sempre lo stesso vecchio Filby — risposi, con affetto, afferrandogli un braccio. — Persino tu devi ammettere, infine, che avevo ragione a proposito del viaggio temporale!
— Un gran bene ha fatto a tutti noi… — brontolò Filby.
— E ora — intervenne Bond — se volete scusarmi, signori… Ho un corazzato da comandare. Saremo pronti a partire fra pochi minuti. — Con un cenno della testa a Filby, tornò al suo equipaggio.
— Venite… — sospirò Filby. — C’è un ambiente, in fondo, dove possiamo accomodarci: è un po’ meno rumoroso e sporco di questo.
Così, c’incamminammo verso la parte posteriore del fortino.
Nel percorrere il corridoio centrale, ebbi la possibilità di osservare meglio il sistema di locomozione. Sotto le passerelle, vidi che le zampe di elefante che avevo già notato erano connesse, per mezzo di quelle che sembravano gambe corte, alle ruote, le quali, lasciando cadere pezzi di fango e di acciottolato, giravano mediante una doppia serie di assi che consentiva di sollevarle o di abbassarle. Mediante pistoni pneumatici, era possibile alzare e abbassare anche le zampe. In tal modo, la macchina poteva mantenere il proprio assetto anche sul suolo più impervio o più ripido.
Indicando l’intelaiatura della macchina corazzata, Mosè osservò in tono pacato: — Guarda… Non noti qualcosa di strano, là, e là? Quella struttura sembra di quarzo… è difficile capire che funzione abbia…
Benché non potessi esserne certo, alla luce delle lontane lampade elettriche, mi sembrò, scrutando la struttura di quarzo e di nichel, di scorgere una strana traslucidità verde, la quale mi parve più che familiare!
— È plattnerite — sussurrai a Mosè. — La struttura ne è stata cosparsa. Nonostante la luce incerta, non posso sbagliare: sono convinto che quei pezzi provengano dal mio laboratorio. Sono ricambi, prototipi e scarti rimasti dalla costruzione della macchina del tempo.
— Così — annuì Mosè — sappiamo almeno che questa gente non ha ancora imparato a produrre autonomamente la plattnerite.
Allora Nebogipfel si avvicinò per indicare un oggetto collocato in un recesso buio della sala macchine. Non fu facile, ma a furia di scrutare capii che si trattava della mia macchina del tempo, intatta e indenne, con la gabbia ancora macchiata d’erba, evidentemente recuperata da Richmond Hill e trasportata a bordo del fortino. Era assicurata per mezzo di quella che sembrava una ragnatela di funi.
Alla vista di quel potente simbolo di sicurezza, ebbi l’impulso quasi irrefrenabile di sfuggire, se possibile, ai soldati, di balzare a bordo della macchina, e magari di tornare nella mia epoca…
Sapendo però che sarebbe stato un tentativo vano, mi calmai. Anche se fossi riuscito a raggiungere la macchina (e non era possibile, perché i soldati mi avrebbero abbattuto in un istante), non sarei mai riuscito a ritrovare la mia epoca. Dopo quell’incidente, non avrei più potuto recarmi in nessuna versione del 1891 che avesse una minima somiglianza con l’anno sicuro e prospero che tanto follemente avevo abbandonato. Ero naufrago nel tempo!
— Che cosa ne pensi della macchina? — chiese Filby, percuotendomi una spalla con tutta la debolezza di un vecchio. — È stata progettata da sir Albert Stern, che si è distinto in questo campo sin dall’inizio della guerra. Mi sono interessato molto a questi mostri e alla loro evoluzione nel corso degli anni… Come sai, sono sempre stato affascinato dalla meccanica. Guarda… — E indicò i comparti della sala macchine. — Un’intera serie di motori Rolls Royce del tipo Meteor! E vedi quella? È una cassa ingranaggi Merrit-Brown. Abbiamo sospensioni Horstmann, e tre carrelli…
— Sì — interruppi. — Però, caro vecchio Filby, a che cosa serve tutto questo?
— A che cosa serve? Serve alla prosecuzione della guerra, naturalmente! — Filby gesticolò. — Questo è un corazzato di classe Kitchener: uno degli ultimi modelli. I corazzati sono stati progettati principalmente allo scopo di rompere l’assedio all’Europa: anche se sono costosi, inclini a guastarsi e vulnerabili all’artiglieria, sono in grado di superare qualunque ostacolo, tranne le trincee più larghe. Non ti sembra che Raglan sia un nome piuttosto appropriato? Lord Fitzroy Raglan, infatti, era il vecchio demonio che combinò quel gran pasticcio all’assedio di Sebastopoli, in Crimea. Forse il povero vecchio Raglan avrebbe…
— L’assedio all’Europa?
Mestamente, Filby mi guardò: — Scusa… Forse non avrebbero dovuto assegnarmi questo incarico, dopotutto… Continuo a dimenticare quanto poco devi sapere. Temo di essere diventato un povero vecchio rincoglionito. Ascolta… Devo dirti innanzitutto che siamo in guerra dal 1914.
— In guerra? E con chi?
— Be’, con i tedeschi, naturalmente. Con chi altri? Ed è veramente un guaio terribile…
Quelle parole, quella visione fugace di un’Europa futura ottenebrata da ventiquattro anni di guerra, mi raggelarono il cuore.
Entrammo in un ambiente di circa tre metri quadrati, che era poco più di una scatola metallica imbullonata all’interno del corazzato. Un’unica lampadina elettrica pendeva accesa dal soffitto. Le pareti erano rivestite di cuoio imbottito, che, oltre ad attutire il rumore dei motori, che pure si udiva ovunque come un cupo e continuo pulsare, attenuavano la tetraggine metallica del fortino. Sei semplici sedie, munite di cinghie di cuoio, erano fissate al pavimento, le une di fronte alle altre. L’arredamento era completato da un basso armadietto.
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