«Questo è un progetto della marina» disse, con voce forte, sicura. «E io sono l’ufficiale di marina che ne è a capo.»
Thompson fissò il piccolo vicecomandante. Per la prima volta da che si conoscevano, Tuttle dava dignità all’uniforme.
«Lo scopo di questo progetto è entrare in contatto con la nave aliena. Stoner e il russo stanno cercando di farlo. Quindi, rimettetevi tutti al lavoro e smettetela di creare confusione.»
«Ma non riusciranno più a tornare sulla Terra!» urlò Reynaud, e il suo viso s’imporporò di rabbia o d’imbarazzo, o forse di tutt’e due le cose.
«Questo è un problema che dovremo affrontare» sbottò Tuttle. «Stoner ne è al corrente. È l’unico di tutti voi che non abbia perso la testa. Se è disposto a rischiare la vita per entrare in contatto con l’alieno, il minimo che gli dobbiamo è fare in modo che quanto scoprirà venga ricevuto qui e sia debitamente registrato per studi futuri. Adesso “mettetevi al lavoro”!»
Tutti si mossero. Truci, depressi, tra grugniti e sussurri, tornarono ai loro compiti.
Reynaud, che sotto la camicia inzuppata di sudore tremava, fissò il vicecomandante che scendeva dalla scrivania. Per la prima volta in molti anni, Reynaud conobbe una vera rabbia. Ma capì anche che Tuttle aveva ragione.
«Eccola!» urlò Stoner. «La vedo!»
Federenko distolse gli occhi dallo schermo radar, piegò la testa per guardare dall’oblò di Stoner.
«È luminosa» sussurrò.
Avevano raggiunto la nave aliena con il Sole alle spalle. L’immagine radar era stata inconsistente, quasi nebulosa, sulle onde lunghe. Però, quando Stoner aveva messo in funzione il radar a microonde, l’immagine era diventata più chiara e il segnale di ritorno molto più nitido, anche se meno forte.
Adesso la nave era visibile a occhio nudo.
Una strana luce dorata, una sorta di aura, la circondava. La nave era immersa nella luce. Erano ancora troppo lontani per distinguere i particolari, però l’oggetto sembrava possedere una forma oblunga, con una superficie liscia e angoli arrotondati.
«Ovvio che ai radar sulla Terra sembrasse una cometa» commentò Stoner.
«Cos’è quella luce?» chiese Federenko.
«Uno schermo?» ipotizzò Stoner. «Uno schermo di energia simile a un campo magnetico, forse. Per proteggerla dalle radiazioni cosmiche. E forse anche dalle micrometeore.»
Si stavano avvicinando in fretta. Stoner si alzò dal sedile, fluttuò nel modulo orbitale della Soyuz. Staccò il piccolo telescopio dal suo sostegno e lo puntò sulla nave dall’oblò più vicino.
«Se è giunta sin qui da un altro Sistema Solare, dev’essere rimasta nello spazio per centinaia di migliaia d’anni, come minimo» urlò per farsi sentire da Federenko. «Però la superficie è perfettamente liscia, intatta. Nessuna erosione meteorica. Nemmeno un’ammaccatura.»
«Di che colore è?»
«Difficile dirlo» rispose Stoner. «La luce che ha attorno dà un colore dorato a tutto.»
«Le telecamere stanno registrando?»
Stoner guardò il pannello dei comandi. Le luci delle telecamere erano accese, e anche quelle del trasmettitore video. «Sì» gridò.
Stoner restò in osservazione per quella che gli parve un’ora, mentre la Soyuz si avvicinava alla nave aliena e Federenko parlava col controllo missione. La superficie dell’astronave era perfettamente uniforme e liscia come lo scafo di un aereo supersonico. Non un chiodo, non una saldatura, nemmeno una decorazione.
Poi si accorse che avevano smesso di avvicinarsi. Lasciando il telescopio a fluttuare in aria, infilò la testa nel portello di collegamento col modulo di comando.
«Potremmo dare un’occhiata più da vicino, Nikolai. Non ci morderà.»
«No» ribatté Federenko, secco.
«E dai, abbiamo…»
«Ordini dal comando di terra. Stanno studiando una nuova traiettoria per riportarci giù.»
«Fantastico. Ma nel frattempo siamo qui!»
«Non dobbiamo più usare carburante» disse Federenko. «Scatta fotografie, descrivi la nave, riprendila.»
«Ma possiamo completare il rendez-vous!» insistette Stoner. «Cristo santissimo, è solo a un tiro di schioppo!»
«Un tiro troppo lungo. O tu sei campione olimpionico di questa specialità, per caso?»
«Andiamo, Nikolai!»
«Non dobbiamo consumare altro carburante» ripeté testardamente il cosmonauta. «Ordini. Le nostre vite dipendono dal carburante.»
Stoner tornò nel modulo orbitale, e scrutò dall’oblò la nave aliena. Adesso si poteva vedere chiaramente a occhio nudo. Sullo sfondo delle stelle, terribilmente vicina, era circondata dallo schermo luminoso d’energia che pulsava piano, come il respiro eterno di Dio.
Tutte due i velivoli sembravano fermi. Affiancati, erano lontani l’uno dall’altro un centinaio di metri: abbastanza vicini da toccarsi, ma troppo lontani per farlo. Stoner sapeva che l’immobilità di quell’incontro era un’illusione. Entrambe le navi si stavano allontanando dalla Terra, sempre più in pericolo di perdersi nello spazio a ogni secondo. La nave aliena stava uscendo dal sistema solare, tornava nell’abisso inimmaginabile tra le stelle; e, se anche loro non si fossero immessi al più presto su una nuova traiettoria, avrebbero perso contatto con la Terra per sempre.
Continuando a fissare il vascello alieno, Stoner pensò che a un milione e mezzo di chilometri da lì uomini e donne stavano lavorando freneticamente per portarli in salvo.
«In culo» mormorò. Poi afferrò la sua tuta a pressione, appesa alla parete opposta del modulo orbitale.
«Cosa fai, Shtoner?» urlò Federenko.
«Esco» rispose Stoner, cominciando a infilarsi la tuta. A gravità zero, non era un’operazione semplice. «Userò i jet di manovra per raggiungerla.»
«Non c’è carburante a sufficienza per i jet. La nave è troppo lontana.»
«Allora portaci un po’ più vicini, quel tanto che mi permetta di raggiungerla.»
«No.»
«Devi farlo, Nikolai!»
Federenko apparve al portello, una smorfia solenne in viso. «Voglio salvare le nostre vite, non ucciderci stupidamente.»
Nello sforzo d’infilarsi la tuta, Stoner si mise a galleggiare nel modulo. Per raddrizzarsi, appoggiò una mano al soffitto; i suoi piedi penzolavano a qualche centimetro dal pavimento.
«Siediti, Stoner» disse Federenko. «Calmati.»
«Senti, potrei prendere tutte due i jet, il tuo e il mio. Uno per arrivare alla nave, l’altro per tornare.»
«Pazzia.»
«Ma funzionerebbe!» disse Stoner. «Tra tutt’e due hanno carburante a sufficienza, no?»
Federenko girò la testa dall’altra parte.
«“Sì o no?”» Stoner lo afferrò alle spalle.
«Sì» rispose il cosmonauta. «Ma ti proibisco di farlo.»
Stoner ricominciò ad armeggiare con la tuta.
«Shtoner, il comandante sono io.»
«E io sono cintura nera terzo dan» disse lui, chinandosi a prendere gli stivali. «Vuoi aiutarmi o dobbiamo picchiarci?»
«Ti ucciderai.»
«Nikolai, se torniamo sulla Terra io dovrò continuare a vivere con me stesso. Credi che potrei, sapendo di essere arrivato così vicino senza fare l’ultimo passo? Quella cosa ha percorso anni luce per raggiungerci! Il minimo che possiamo fare è superare gli ultimi cento metri che ci dividono.»
Federenko non disse nulla. Con espressione solenne, restò a guardare Stoner che si metteva gli stivali e cominciava ad allacciare la tuta.
«Allora, vuoi aiutarmi o restare lì con quella faccia da funerale?» lo rimproverò Stoner.
Con una smorfia, Federenko tolse il suo paio di jet dalla parete e cominciò a sistemarne l’imbracatura.
«Stai uccidendo anche me» disse. Ma aiutò Stoner a sistemarsi i jet sulla schiena.
Gli schermi televisivi del centro di controllo mostravano la nave aliena, circondata di luce tra le stelle. La radio della Soyuz taceva da lunghi minuti.
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