Robert Silverberg - Buone notizie dal Vaticano

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«Il solito mercato, insomma» dice Kenneth.

Il vescovo scuote tristemente la testa. «Lei giudica in modo troppo duro, figliolo. Sono tre settimane che siamo senza Santo Padre. Dio vuole che abbiamo un papa; il conclave incapace di decidere fra la candidatura del cardinale Salvani e quella del cardinale Poggi non rispetta la volontà divina, quindi una volta tanto dobbiamo adattarci alle circostanze in modo che la Sua volontà non venga ulteriormente trascurata. In questo momento tirare in lungo il conclave sarebbe un’offesa a Dio. In questo senso il sacrificio che il cardinale Salvani fa delle proprie ambizioni personali non è un atto così egoistico come potrebbe sembrare.»

Ma Kenneth insiste a negare la buona fede che avrebbe spinto Salvani a ritirare la propria candidatura, e Beverly gli dà man forte. Miss Harshaw dichiara ripetutamente che non intende rimanere membro attivo di una Chiesa il cui capo è un automa. Io trovo fastidioso questo battibecco e giro la mia sedia per avere una vista migliore del Vaticano. In questo momento i cardinali sono riuniti nella Cappella Sistina. Come vorrei esserci anch’io. Di quali superbi arcani è teatro quell’angusta aula tenebrosa. Ogni Principe della Chiesa ha preso posto su un piccolo seggio sormontato da un baldacchino color porpora. L’unica illuminazione proviene dai grossi tozzi ceri sui pulpiti davanti ai seggi. Con incedere solenne i maestri di cerimonia portano i bacili d’argento con le schede ancora bianche e li posano sul tavolo ai piedi dell’altare. A uno a uno i cardinali vanno al tavolo, prendono una scheda, ritornano ai loro posti. Ora, con la penna d’oca ogni porporato scriverà: “Io, cardinale… eleggo a pontefice massimo il reverendissimo principe mio signore cardinale…”. Quale nome scriveranno? Salvani? Poggi? Il nome di qualche oscuro incartapecorito prelato di Madrid o di Heidelberg, ultima carta disperata della fazione antirobot? O il nome di lui? Nella cappella si sente soltanto il rumore delle penne che grattano sulla carta. Infine i cardinali hanno terminato, sigillano le schede, le piegano e le ripiegano, le portano all’altare dove le depongono nel grande calice d’oro. Sono settimane che ripetono gli stessi gesti, mattina e pomeriggio.

«Qualche giorno fa» sta dicendo Miss Harshaw «ho letto sull’“Herald Tribune” che all’aeroporto di Des Moines una delegazione di 250 giovani robot cattolici dello Iowa attende l’esito delle votazioni. Se vince il loro candidato c’è un Charter pronto a portarli qui. Pretendono che il Santo Padre conceda loro la prima udienza pubblica.»

«Certamente» annuisce il vescovo FitzPatrick «questa elezione conquisterà alla Chiesa un considerevole numero di anime di provenienza sintetica.»

«Facendone uscire un bel po’ di gente in carne e ossa!» lo rimbecca con voce stridula Miss Harshaw.

«Ne dubito» risponde il vescovo. «Certo, ci sarà, e tanto per cominciare anche fra noi, chi si sentirà urtato, disorientato, ma passerà. Le innate virtù del nuovo papa, cui alludeva il rabbino Mueller poco fa, prevarranno sui dubbi. Inoltre io credo che dappertutto i giovani dalla mentalità tecnologica si sentiranno spinti a entrare nella Chiesa. Una grande religiosità risorgerà in tutto il mondo.»

«Ve li immaginate 250 robot che entrano sferragliando in San Pietro?» domanda Miss Harshaw.

Osservo il Vaticano in lontananza. A quest’ora del mattino il sole è forte e abbagliante, ma i cardinali riuniti dietro quei muri, fuori dal mondo comune, non godono i suoi caldi raggi. Ormai devono avere tutti votato. Si saranno alzati i tre di loro che stamattina la sorte ha destinato a scrutatori. Uno di essi solleverà il calice e lo scuoterà per mescolare le schede. Poi lo porrà sul tavolo davanti all’altare; il secondo ne toglierà le schede e le conterà, facendo bene attenzione che il loro numero corrisponda al numero dei cardinali presenti. Poi le schede verranno messe nel ciborio, il calice che durante la messa serve a contenere l’ostia. Il primo scrutatore ne estrarrà una scheda, l’aprirà, leggerà ciò che c’è scritto, la passerà al secondo scrutatore, il quale la leggerà a sua volta per consegnarla poi al terzo scrutatore, che pronuncerà ad alta voce il nome segnato. Poggi? Salvani? Un altro? Il “suo”?

Il rabbino Mueller sta parlando di angeli. «E poi ci sono gli angeli del trono, in ebraico detto “archim”, o anche “ophanim”. Ne abbiamo settanta, noti innanzi tutto per la loro costanza. Di questo gruppo fanno parte Orifiel, Ofaniel, Zabkiel, Jofiel, Ambriel, Tychagar, Barael, Quelamia, Paschar, Boel, e Raum. Alcuni di questi non stanno più in Cielo, ma si annoverano fra gli angeli caduti nell’inferno.»

«Deviazionisti di sinistra…» commenta Kenneth.

«Poi» prosegue il rabbino «ci sono gli angeli della presenza, che pare siano stati circoncisi nel momento stesso di essere stati creati. Sono Michele, Metatron, Suriel, Sandalfon, Uriel, Saraquael, Astanfaenus, Fanuel, Jehoel, Zagzagael…»

Adesso il conteggio dei voti dovrebbe essere terminato. Una folla immensa si è raccolta in Piazza San Pietro. Il sole si riflette in centinaia se non migliaia di crani di acciaio. Oggi la popolazione robot di Roma è esultante. Ma la maggior parte dei presenti nella piazza sono creature di carne e ossa: vecchie in nero, spavaldi giovinastri, grassi pizzicagnoli, poeti, filosofi, generali, magistrati, turisti, impiegati. Quale sarà il verdetto che fra breve conosceranno? Se nessun candidato avrà raggiunto la maggioranza dei voti, le schede saranno frammiste di paglia bagnata prima di venire bruciate nella stufa della cappella, in modo che dal camino esca fumo nero. Se invece il nuovo Papa è stato eletto, la paglia sarà asciutta e la fumata sarà bianca.

Questo sistema è molto apprezzato dal punto di vista spettacolare. A me piace tanto; mi procura quell’intima soddisfazione che generalmente ci dà l’esecuzione impeccabile di un’opera d’arte. Attendo l’esito con ardente concentrazione; non ho dubbi sul nome, sento risvegliarsi in me, irresistibile, una strana nostalgia dei tempi quando i papi erano uomini di carne e ossa. Domani nessun giornale pubblicherà interviste con l’anziana mamma del Santo Padre in Sicilia, o con un suo fratello minore a San Francisco. E ci sarà ancora, la prossima volta, questo grande rituale del conclave? Anzi, ci occorrerà mai un altro papa, dal momento che quello il cui nome sarà presto annunciato, può essere riparato così facilmente?

Ah! Il fumo… è bianco! Il grande momento è giunto!

Una figura in ermellino e vermiglio appare sul balcone centrale della facciata di San Pietro.

«Il cardinale arcidiacono» sussurra il vescovo FitzPatrick. Qua e là qualcuno fra la folla sviene. In piedi accanto a me, Luigi ascolta la cronaca degli avvenimenti da una radiolina. Kenneth dice: «Tutto combinato prima» e il rabbino lo zittisce con un sibilo. Miss Harshaw si mette a singhiozzare, Beverly recita sommessamente l’Atto di Fede segnandosi con gesti precisi. Per me è un attimo sublime. Credo che mai come ora abbia avvertito di vivere in un momento storico.

La voce amplificata del cardinale arcidiacono proclama: «Con somma gioia vi annunciamo che abbiamo il papa!… Habemus papam!… » .

Cori di giubilo si innalzano e diventano un unico grande boato quando il cardinale arcidiacono comunica al mondo che il cardinale eletto, il nuovo pontefice, è lui, quella figura nobile e solenne, quel personaggio malinconico e austero la cui ascesa alla Santa Sede tutti aspettavano con ansia da tempo. «Sua Santità» prosegue il cardinale arcidiacono «ha scelto per il suo pontificato il nome di…» La voce si perde nel frastuono e mi rivolgo a Luigi. «Chi? Che nome?»

«Sisto Settimo» m’informa Luigi.

Ed eccolo là, Papa Sisto VII come d’ora innanzi lo chiameremo. Una figura massiccia nell’argento e oro dei paramenti papali, le braccia aperte verso la folla… ecco, il sole fa scintillare le sua altissima fronte, esaltando tutta la levigatezza dell’acciaio. Luigi è già in ginocchio. Mi inginocchio al suo fianco. Miss Harshaw, Beverly, Kenneth, perfino il rabbino, sono tutti inginocchiati perché questo è il momento mistico per eccellenza. Il papa avanza al parapetto del balcone. Adesso impartirà la tradizionale benedizione apostolica “urbi et orbi”. «La nostra salvezza è nel Signore…» egli comincia con voce grave. Aziona i tubi a reazione sotto le braccia, e perfino a questa distanza distinguo benissimo i due sbuffi di fumo, bianco anch’esso.

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