Eppure i nostri rapporti si erano aggravati sempre di più nell’estate e l’eutanasia era l’unica soluzione plausibile. Tutto ciò che di comune un tempo avevamo era crollato in pezzi; Sundara era completamente persa nei ritmi e riti del Passaggio, si era data anima e corpo alle sue assurdità sacre e io stesso ero immerso nei miei sogni di chiaroveggenza; oltre a un appartamento e un letto, non dividevamo più niente.
Penso che avremo fatto l’amore non più di tre volte quell’ultima estate. Fatto l’amore! Qualunque cosa Sundara e io abbiamo fatto, in quelle tre volte di pressioni di carne contro carne, “amore” non è certo il termine giusto; abbiamo fatto sudore, lenzuola spiegazzate, respiro pesante, persino l’orgasmo, ma amore? L’amore era là, incapsulato dentro di me e forse anche dentro di lei, come un prezioso capitale messo da parte.
Tre volte in un mese. Il suo corpo sinuoso non aveva perso nulla della sua bellezza ai miei occhi. Ma in quei giorni mi sembrava che il sesso tra Sundara e me fosse qualcosa di irrilevante, di improprio. Non avevamo niente da offrire l’uno all’altra tranne i nostri corpi e dal momento che tutti gli altri punti di contatto tra noi erano ormai corrosi, quell’unico che ancora rimaneva era diventato peggio che insignificante.
L’ultima volta che facemmo l’amore, dormimmo insieme, ci accoppiammo, godemmo, fu sei giorni prima dell’ordine di Carvajal. Non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta, anche se immagino che avrei dovuto saperlo, se fossi stato davvero metà del profeta per cui la gente mi pagava.
Sundara e io eravamo fuori con dei vecchi amici quel venerdì sera, il gruppo a tre Caldecott, Tim, Beth e Corinnie. Tim e io eravamo stati soci dello stesso circolo di tennis molti anni prima, e una volta avevamo vinto un torneo di doppio, cosa che ci aveva legati molto. Quella sera bevemmo parecchio, fumammo ancora di più e portammo avanti una specie di corteggiamento a cinque che sarebbe sicuramente finito a letto, con me, Tim e la bionda Corinne da una parte e Sundara e Beth dall’altra. Ma a un certo punto mi accorsi con sorpresa che Sundara stava mandando chiarissimi segnali nella mia direzione. Era così “partita” da dimenticare che ero suo marito? O era passato talmente tanto tempo dall’ultima volta che io le sembravo una novità tentatrice? Non so. Comunque, il calore della sua improvvisa occhiata ristabilì tra noi una risonanza che presto diventò incandescente; riuscimmo a scusarci senza che i Caldecott si offendessero e corremmo a casa.
Tutto rimase perfetto, il nostro stato d’animo, l’atmosfera, tutto.
Fu un amplesso impeccabile, i nostri corpi si muovevano in sintonia perfetta, nella tradizionale posizione occidentale, e non c’era ragione per cui non avrei potuto andare avanti tutta la notte. Ma naturalmente, non fu un atto d’amore: fu semplicemente una gara atletica, eravamo due discoboli che si muovevano in tandem, ripetendo i riti fissi e preordinati della loro specialità, ma l’amore non aveva proprio niente a che vedere con tutto questo. Così ricevemmo le nostre medaglie d’oro delle Olimpiadi e, dopo la fine, ci trovammo sudati ed esausti.
— Ti dispiacerebbe prendermi un po’ d’acqua? — mi chiese Sundara dopo qualche minuto.
Fu così che finì.
— E adesso fate domanda di divorzio — ordinò Carvajal sei giorni dopo.
Datevi completamente a me, questo era il patto, niente domande, nessuna garanzia. Ma questa volta ero costretto a fare delle domande. Carvajal mi stava spingendo a un passo che non potevo fare senza qualche spiegazione.
— Mi avevate promesso di non fare domande — obiettò.
— Non importa. Datemi almeno un’indicazione o il patto è rotto.
Tentò di farmi abbassare lo sguardo. Ma i suoi occhi vuoti, a volte così fieramente irrefutabili, adesso non mi intimidivano. Il mio intuito mi disse che non dovevo cedere, che dovevo fare pressione su di lui, pretendere di sapere la struttura degli avvenimenti a cui andavo incontro. Carvajal non voleva cedere. Si dimenava, sudava e diceva che stavo rovinando il mio addestramento.
— No, io l’amo e anche al giorno d’oggi il divorzio non è uno scherzo. Non posso farlo per un capriccio.
— Il vostro addestramento.
— Al diavolo! Perché dovrei lasciare mia moglie, quando non esiste nessuna ragione se non il fatto che ultimamente non andiamo molto d’accordo? Rompere con Sundara non è come cambiare taglio di capelli, sapete.
— Certo che lo è.
— Cosa?
— Tutti gli avvenimenti sono uguali, a lungo andare.
Sbuffai.
— Non dite delle sciocchezze. Azioni diverse hanno conseguenze diverse, Carvajal. Il fatto che io porti capelli corti o lunghi non può influire in modo decisivo sugli avvenimenti collaterali. Ma i matrimoni a volte producono figli e i figli sono costellazioni genetiche uniche e i bambini che Sundara e io potremmo avere, se lo decidessimo, sarebbero diversi da quelli che lei o io potremmo avere con altri partner, e le differenze… Cristo, se ci dividiamo io potrei sposare qualcun’altra e diventare il progenitore del prossimo Napoleone e se rimango con lei potrei… insomma, come potete affermare che a lungo andare tutti gli avvenimenti sono uguali?
— Mi sembra che afferriate le cose molto lentamente.
— Cosa?
— Non parlavo di conseguenze. Semplicemente di fatti. Tutti gli eventi sono uguali nella loro probabilità, Lew, e con questo voglio dire che per qualsiasi fatto che si verifica c’è la probabilità totale che si verifichi…
— Tautologia!
— Sì. Ma noi trattiamo in tautologia, voi e io. Io vi dico che vi “vedo” divorziare da Sundara, proprio come vi “vidi” con i capelli rasati a zero, e quindi questi avvenimenti hanno probabilità uguali di verificarsi.
Chiusi gli occhi. Rimasi immobile per un lungo momento. Alla fine dissi: — Ditemi perché chiedo il divorzio. Non c’è nessuna speranza di rimettere insieme i cocci del nostro matrimonio? Dopo tutto, non siamo ai ferri corti. Non abbiamo profondi disaccordi per questioni di denaro. La pensiamo allo stesso modo su moltissime cose. Abbiamo perso un po’ i contatti, d’accordo, ma questo è tutto, è solo uno spostamento verso sfere diverse. Non pensate che potremmo tornare insieme se entrambi facessimo uno sforzo sincero?
— Sì.
— E allora, perché non tentare invece…
— Dovreste affiliarvi al Transit.
Scrollai le spalle.
— Riuscirei a cavarmela se anche lo dovessi fare. Se l’unica alternativa fosse perdere Sundara.
— Non potreste. È contrario ai vostri principi, Lew. Si oppone a tutto ciò in cui credete e per cui state lavorando.
— Ma pur di non perdere Sundara…
— L’avete ormai persa.
— Solo nel futuro. È ancora mia moglie.
— Ciò che è perso nel futuro è perso adesso.
— Mi rifiuto di…
— Dovete credere! — gridò. — È tutt’uno, Lew, è tutt’uno! Dopo tutto questo tempo con me non l’avete ancora capito?
Lo capivo. Conoscevo ogni argomentazione che Carvajal stava per elencarmi, e credevo a tutte, e la mia fede non era qualcosa di appiccicato dall’esterno, come un rivestimento di noce, ma qualcosa di intrinseco, qualcosa che era cresciuto e mi si era diffuso dentro nei mesi passati. Eppure opponevo resistenza. Cercavo ancora delle scappatoie. Mi afferravo ancora a qualsiasi filo d’erba spuntasse intorno a me nelle sabbie mobili, anche mentre venivo risucchiato sotto.
— Finite il discorso che avevate iniziato. Perché è necessario e inevitabile che io lasci Sundara?
— Perché il suo destino è ormai legato al Transit e il vostro giace invece dalla parte opposta. Loro operano verso l’incertezza, voi verso la certezza. Loro vogliono distruggere, voi volete costruire. È un abisso filosofico fondamentale che continuerà ad allargarsi senza che le due sponde possano essere raggiunte da un ponte. Per questo voi due dovete separarvi.
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