Dovetti sorridere.
— Forse è proprio così, dopo tutto. Ma…
— È così. È lo stesso per tutti. Lo era anche per me. Bene, la gente muore, Lew. Alcuni muoiono a vent’anni, altri a centoventi, ma è sempre una sorpresa. Rimangono lì a osservare la grande oscurità che si apre davanti a loro e, mentre sprofondano nel baratro, dicono: “Mio Dio, allora mi sbagliavo, succede anche a me, anche a me!”. Che shock, che colpo tremendo per il proprio io scoprire che non si è l’unica eccezione che si pensava di essere. Ma è consolante, finché non arriva quel momento, abbarbicarsi all’idea che forse riuscirete a svignarvela, forse sarete l’eccezione. Tutti hanno quel pezzetto di speranza con cui vivere, Lew. Tutti tranne me.
— Pensate dunque che “vedere” sia così brutto?
— Mi ha distrutto. Mi ha strappato quell’unica grossa illusione, Lew, quella segreta speranza d’immortalità che ci permette di tirare avanti. Naturalmente, io dovevo tirare avanti, più di quarant’anni, perché avevo “visto” che non sarei morto finché non ero vecchio. Ma questa sicurezza innalzò un muro intorno alla mia vita, un confine, un sigillo infrangibile. Ero poco più di un ragazzo e avevo già tirato la somma finale, avevo messo il punto alla fine della frase. Non potevo più sperare di vivere tutta l’eternità, come tutti gli altri. Avevo solo quaranta e tanti anni davanti a me. Sapere una cosa del genere vi restringe la vita, Lew. Limita le scelte.
— Non è facile per me capire perché dovrebbe fare quell’effetto.
— Alla fine lo capirete.
— Forse per me non sarà così, quando lo saprò.
— Ecco! — gridò Carvajal. — Tutti pensiamo di essere l’eccezione!
La volta successiva, Carvajal mi parlò di come sarebbe avvenuta la sua morte. Disse che aveva meno di un anno di vita.
Sarebbe accaduto nella primavera del 2000, tra il 10 di aprile e il 25 di maggio; anche se pretendeva di conoscere la data e l’ora esatte, non era disposto a essere più preciso al riguardo.
— Perché me lo nascondete?
— Perché non ci tengo a essere oppresso dal vostro nervosismo e dalle vostre ansie personali — fu la secca risposta. — Non voglio che quel giorno arriviate sapendo che è “il” giorno e mi capitiate davanti confuso ed emozionato.
— Ci sarò anch’io? — esclamai, attonito.
— Certamente.
— Volete dirmi dove accadrà?
— Nel mio appartamento. Voi e io saremo seduti a discutere di un problema che vi tormenterà in quel periodo. Suonerà il campanello. Io andrò a vedere chi è e un uomo irromperà in casa, un uomo armato, con i capelli rossi, che…
— Aspettate un attimo. Una volta mi avete detto che nessuno vi ha mai disturbato nel vostro quartiere e che nessuno lo farà mai.
— Nessuno di quelli che ci vivono — precisò Carvajal. — Quest’uomo sarà un forestiero. Ha avuto il mio indirizzo per errore — ha il numero dell’appartamento sbagliato — e deve ritirare una partita di droga, una sostanza usata dai tossicomani. Gli dirò che non ho nessuna droga e lui si rifiuterà di credermi; penserà che io stia facendo il doppio gioco e diventerà violento, cominciando ad agitare la pistola e minacciandomi.
— E io cosa faccio nel frattempo?
— State a guardare.
— A guardare? Me ne sto lì, con le braccia incrociate come uno spettatore?
— Solo a guardare. Come uno spettatore.
Notai un tono tagliente nella sua voce. Come se mi stesse dando un ordine: “Tu non farai niente in questa scena. Ne rimarrai completamente fuori, in un angolo, come un semplice spettatore.”
— Lo potrei colpire con una lampada. Potrei tentare di strappargli la pistola.
— Non lo farete.
— D’accordo. Poi, cosa succede?
— Qualcuno bussa alla porta. È uno dei miei vicini, che ha sentito il rumore ed è preoccupato. Il tipo armato si lascia prendere dal panico. Pensa che sia la polizia, o una banda rivale. Fa fuoco tre volte; poi rompe una finestra e fugge per la scala antincendio. I proiettili mi colpiscono al petto, a un braccio e a un lato della testa. Sopravvivo poco più di un minuto. Voi non venite colpito.
— E poi?
Carvajal si mise a ridere.
— E poi? E poi? Come posso saperlo io? Ve l’ho detto: “vedo” come attraverso un periscopio. Il periscopio arriva fino a quel momento, non oltre. Per me la percezione finisce lì.
Era calmissimo.
— È questa la cosa che avete “visto” quel giorno che abbiamo pranzato insieme al Merchants and Shippers Club?
— Sì.
— Avete osservato voi stesso morire sotto i colpi di una pistola e poi, con noncuranza, avete chiesto il menù?
— La scena non mi era per niente nuova.
— Quante volte l’avete “vista”?
— Non ho idea. Venti volte, cinquanta, forse cento. Come un sogno ricorrente.
— Un incubo ricorrente.
— Ci si abitua. Dopo le prime dieci volte la cosa cessa di avere una carica emotiva.
— Quindi, non è niente più di un film per voi? Come un vecchio giallo televisivo di James Cagney?
— Qualcosa del genere. La scena in sé diventa banale, noiosa, stereotipata, monotona. Sono le implicazioni sottintese che non perdono mai la loro forza, mentre i dettagli hanno ormai perso qualsiasi importanza.
— L’accettate. Non tenterete neppure di sbattere la porta sulla faccia di quell’uomo quando arriverà il momento. Non mi permetterete di nascondermi dietro la porta e dargli un colpo in testa. Non chiederete alla polizia di tenervi sotto controllo quel giorno.
— Certo che no. Che vantaggio ne potrei avere?
— Come esperimento…
Contrasse le labbra. Sembrava seccato del mio cocciuto ritornare su un tema che per lui era assurdo.
— Ciò che “vedo” è ciò che accadrà. Gli esperimenti li ho fatti 50 anni fa e sono falliti. No, non faremo niente, Lew. Reciteremo diligentemente le nostre parti. So che sarà così.
Nella mia nuova condizione parlavo con Carvajal ogni giorno, e se era necessario molte volte al giorno, di solito per telefono, per trasmettergli le ultime informazioni politiche interne: strategia, nuovi sviluppi, conversazioni con i delegati di altre città, elaborazioni di dati, qualunque cosa che potesse essere anche lontanamente collegata al nostro fine di portare Paul Quinn alla Casa Bianca.
La ragione per cui riversavo tutte queste informazioni nella mente di Carvajal era l’effetto periscopico; egli non poteva “vedere” nulla che la sua coscienza non avesse in qualche modo percepito, e ciò che non poteva “vedere” non poteva nemmeno passarlo a me. Quello che io facevo, dunque, era trasmettere a me stesso messaggi tratti dal futuro, messaggi che mi ritornavano attraverso Carvajal. Le cose che gli dicevo erano, naturalmente, inutili a questo proposito, perché io le conoscevo già; ma ciò che gli avrei detto da qui a un mese poteva essermi d’aiuto oggi; dal momento che l’informazione doveva entrare in qualche punto del quadro generale, cominciavo qui l’immissione di dati, passando a Carvajal delle notizie che egli aveva “visto” mesi o anche anni fa. Nel suo rimanente anno di vita, Carvajal sarebbe diventato la mia cassaforte dei futuri avvenimenti politici.
E Carvajal, giorno per giorno, mi restituiva i dati elaborati, per lo più cose che avevano a che fare con il destino futuro di Quinn. A mia volta li passavo a Haig Mardikian, di solito, anche se alcuni erano di competenza di George Missakian — relazioni pubbliche — e alcuni, che avevano a che fare con questioni finanziarie, finivano sulla scrivania di Lombroso. Altri li portavo direttamente a Quinn. I miei appunti attinti da Carvajal, in una settimana normale, includevano questioni di questo tipo:
— Invitare a colazione il Commissario dello Sviluppo Comunale Spreckels. Suggerirgli la possibilità di ottenere la carica di giudice.
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