— Allora? — mi chiese.
— Voglio riuscire a “vedere”.
— Fatelo, allora. Non ho nessuna intenzione di fermarvi.
— Siate serio — scongiurai.
— Sono sempre serio. Come posso aiutarvi?
— Insegnatemi come si fa.
— Vi ho mai detto che si possa insegnare?
— Avete detto che tutti hanno questo dono ma pochissimi sanno come usarlo. D’accordo. Fatemi vedere come si fa a usarlo.
— Il modo di usarlo si può forse imparare, ma non insegnare.
— Per favore.
— Perché tanta fretta?
— Quinn ha bisogno di me. Voglio aiutarlo a diventare presidente.
— E allora?
— Voglio aiutarlo. Ho bisogno di “vedere”.
— Siete bravissimo a fare le previsioni, Lew.
— Non abbastanza, non abbastanza.
Si sentì un tuono venire da Hoboken. Un vento freddo e umido proveniente da ovest mosse le nubi raggruppate. Lo scenario naturale stava diventando grottesco, comico, esagerato.
Carvajal disse: — Supponiamo che vi dica di darmi il controllo completo della vostra vita. Supponiamo che vi chieda di lasciarmi prendere ogni decisione per voi, di modellare ogni vostra azione sui miei ordini, di mettere completamente la vostra esistenza nelle mie mani, supponiamo che dica che, se lo fate, c’è una possibilità che voi impariate a “vedere”. Una possibilità. Cosa rispondereste?
— Direi che è un affare.
— “Vedere” può non essere fantastico come pensate, sapete. In questo momento lo vedete come una chiave magica per tutto. Cosa succederebbe se si rivelasse solo un peso e un ostacolo? Se fosse una maledizione?
— Non penso che possa essere così.
— Come fate a saperlo?
— Un potere come questo può rappresentare un’enorme forza positiva. Per me può essere solo una cosa benefica. Vedo i possibili lati negativi, certo, ma… una maledizione? No.
— E se lo fosse?
Mi strinsi nelle spalle.
— Corro il rischio. È stata una maledizione per voi?
Carvajal si fermò e mi guardò in viso cercando i miei occhi.
Era il momento giusto perché un lampo squarciasse il cielo, i rullii di un potente tuono risuonassero lungo l’Hudson e una pioggia torrenziale si abbattesse sulla Promenade. Non accadde niente di tutto questo. Invece, cosa assurda, le nuvole direttamente sopra di noi si aprirono e un sole giallo e dolce abbracciò le sinistre minacce di temporale.
— Sì — rispose, calmo. — Una maledizione. Se non altro, una maledizione.
— Non vi credo.
— Cosa volete che me ne importi?
— Se anche è stata una maledizione per voi, non penso lo sarebbe per me.
— Molto coraggioso, Lew. O molto sciocco.
— Sia l’uno che l’altro. Ma voglio essere capace di “vedere”.
— Siete disposto a diventare mio discepolo?
Strana parola, stonata.
— Che cosa implica?
— Ve l’ho già detto. Date voi stesso a me, senza fare domande e senza la garanzia del risultato.
— E questo come mi aiuterà a vedere?
— Niente domande. Semplicemente date voi stesso a me, Lew.
— Fatto.
Il lampo arrivò. I cieli si aprirono e un assurdo diluvio si abbatté su di noi con implacabile furia.
Un giorno e mezzo più tardi.
— La cosa peggiore è “vedere” la propria morte. È quello il momento in cui la vita se ne va, ti abbandona, non quando muori davvero, ma quando ti “vedi” morire.
— È questa la maledizione di cui parlavate?
— Sì. È questo che mi ha ucciso, Lew, molto prima che venisse il mio momento. Avevo quasi trent’anni la prima volta che la “vidi”. Da allora l’ho “vista” molte volte. Conosco il giorno, l’ora, il posto, le circostanze. L’ho vissuta e rivissuta, l’inizio, la parte centrale, la fine, le tenebre, il silenzio. E una volta che l’ho “vista”, la vita per me non è stata altro che una rappresentazione di marionette.
— Qual è stata la parte peggiore? Sapere quando, sapere come?
— Sapere che.
— Che sareste morto?
— Sì.
— Non capisco. Cioè, dev’essere tremendo vedersi morire, d’accordo, vedere la propria fine come al telegiornale, ma non vi è nessun elemento fondamentale di sorpresa, no? Voglio dire, la morte è inevitabile e lo sappiamo tutti fin da quando siamo bambini.
— Davvero?
— Ma naturalmente.
— Voi siete convinto che morirete, Lew?
Sbattei gli occhi un paio di volte.
— Naturalmente.
— Ne siete assolutamente convinto?
— Non vi seguo. Volete per caso dire che io avrei delle illusioni d’immortalità?
Carvarjal sorrìse serenamente.
— Tutti si credono immortali, Lew. Quando si è bambini, ci muore il pesciolino rosso oppure il cane e noi pensiamo: “Be’, i pesci rossi non vivono a lungo, i cani non vivono a lungo”, e così accantoniamo il nostro primo contatto con la morte. Questa esperienza non vale per noi. Il ragazzino della porta accanto cade dalla bici e si rompe la testa. Be’, diciamo noi, sono incidenti che capitano, ma non provano niente, ci sono delle persone meno prudenti delle altre, e io invece sto sempre attento. Ci muore la nonna. Era vecchia, ammalata da molti anni, diciamo, era diventata troppo pesante, era cresciuta in una generazione in cui la medicina preventiva era ancora allo stato primitivo, non sapeva avere cura del proprio corpo. A me non accadrà, diciamo.
— I miei genitori sono morti. Mia sorella è morta. Avevo una tartaruga che è morta. La morte non è qualcosa di remoto e irreale per me. No, io credo nella morte. So che morirò.
— No, non lo sapete. Non ne siete convinto sul serio.
— Come fate a dirlo?
— So com’è la gente. So com’ero io, prima di “vedermi” morire e cosa sono diventato dopo. Non sono stati in molti ad avere questa esperienza, a cambiare come sono cambiato io. Forse nessun altro. Ascoltatemi, Lew. Nessuno crede, sinceramente e completamente, di dover morire, qualunque cosa pensi di credere. Potete accettare l’idea qui, con la testa, con il ragionamento, ma non a livello cellulare, a livello di metabolismo e di mitosi. Il vostro cuore non ha perso un colpo in trenta e tanti anni, e non li perderà mai. Il vostro corpo funziona allegramente come una fabbrica a turni tripli che produce corpuscoli, linfa, sperma, saliva, ventiquattro ore su ventiquattro; e per quanto ne sa il vostro corpo, continuerà sempre così. Il vostro cervello si percepisce come il centro di un grandioso dramma il cui divo è Lew Nichols, l’intero universo non è che un’enorme collezione di comparse, tutto ciò che accade, accade intorno a voi, in relazione a voi, con voi in funzione di cardine e fulcro; e se andate al matrimonio di qualcuno, il titolo della scena non è “Dick e Judy si sposano”; no, è “Lew va al matrimonio di qualcuno”; e se un uomo politico viene eletto, il titolo non è “Paul Quinn diventa presidente”, ma “L’elezione di Paul Quinn vista da Lew”; se una stella esplode, l’intestazione non è “Betelgeuse salta in aria”, ma “L’universo di Lew perde una stella”, e così via, è la stessa cosa per tutti, ciascuno è l’eroe del grande dramma della vita, Dick e Judy entrambi nei ruoli principali nelle loro menti, Paul Quinn e forse anche Betelgeuse; e ciascuno di voi sa che, se dovesse morire, l’intero universo si estinguerebbe come una luce spenta e questo, naturalmente, non è possibile; perciò voi non morirete. Sapete di essere l’unica eccezione, che mantiene in piedi l’intera baracca con la propria continua esistenza. Tutti gli altri, Lew, voi lo sapete che moriranno, certo, perché sono le parti senza importanza, le comparse di cui il copione prevede la sparizione lungo la strada, ma non voi, oh, no, voi no di certo! Non è così, Lew, giù alla radice della vostra anima, giù a quei livelli misteriosi che voi visitate solo di tanto in tanto?
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